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Intervista con l’autore di Se non dovessi tornare

Incontriamo Roberto Scanarotti

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È in pubblicazione il prossimo 2 luglio per Nuova Narrativa Italiana nella collana Millestorie il romanzo Se non dovessi tornare, di Roberto Scanarotti, e come nostra consuetudine, a beneficio di tutti gli amici che ci seguono, abbiamo improvvisato un’intervista con l’autore. Eccola qui di seguito.

NNI – Roberto, buongiorno e ben trovato! Cominciamo con una domanda di rito. Hai superato le selezioni di NNI, notoriamente molto severe, e sei il primo autore di Roma (e di Genova, viste le tue origini) che pubblichiamo. Che effetto ti fa tutto questo?
ROBERTO – Mi sento soddisfatto e motivato. Superare l’esame di NNI non era certo facile: lo avevo intuito fin dall’inizio. E mettermi alla prova è stato cercare la risposta alla domanda che mi frullava in testa da tempo: se fossi in grado di scrivere un romanzo. A quanto pare sì!

NNI – Presentati a chi ci legge. Chi è Roberto Scanarotti, e perché ha scritto Se non dovessi tornare?
ROBERTO – Sono un pensionato irrequieto, uno che non riesce a smettere di entusiasmarsi ogni volta che gli si profila all’orizzonte l’idea di un progetto. La mia stella polare è la comunicazione: scrivere, leggere, conversare, trasmettere sono i verbi che meglio esprimono la mia natura, insieme ad andare, camminare, viaggiare. Ho alle spalle un’ampia esperienza come giornalista e come uomo-comunicazione nel Gruppo Ferrovie dello Stato: all’universo simbolico della ferrovia ho dedicato alcuni articoli e saggi, per poi iniziare a interessarmi di storie di vita di persone comuni. Ho frequentato la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e sono diventato un raccoglitore di storie, poi pubblicate in alcune piccole antologie. Se non dovessi tornare nasce proprio da questa esperienza, in cui mi sono tuffato nelle trame e nelle emozioni dei racconti che ho ascoltato e a mia volta restituito nelle forme della mia narrazione.

NNI – Di che cosa parla Se non dovessi tornare, Roberto? Che storia racconta?
ROBERTO – Parla dell’incontro tra Aurelio, un professore di lettere misantropo e intransigente, e Clelia, una donna affabile e intensa, di professione infermiera, che durante un viaggio in treno tra Torino e Salerno riesce a conquistare la sua attenzione e a indurlo finalmente a confidarsi. Clelia sta andando a Salerno per regalarsi una vacanza insieme all’amica Anna; Aurelio, invece, ci va per un motivo drammatico: gli hanno diagnosticato sei mesi di vita, e vuole rivedere la figlia Lea, che ha allontanato da anni, per riconciliarsi con lei. Sul treno, per caso, viaggia anche Ennio, il marito di Lea, che ha un conto ancora aperto col professore. E a Salerno, nelle due settimane successive, succederà di tutto…

NNI – Quindi, in estrema sintesi, Se non dovessi tornare è una storia di amicizia e di perdono. Ma nel romanzo ci sono molti altri temi importanti. Il tema del viaggio, ad esempio, che certo non poteva mancare, data la tua esperienza professionale con FS. Che cosa rappresenta per te personalmente un viaggio in treno, Roberto? Cosa ti suscita dentro?
ROBERTO – Se è vero che viaggiare è conoscersi, è anche vero che il treno è un potente strumento di autoconoscenza. In treno si pensa, si riflette – e ci si riflette nel finestrino  ̶  si incontra e si parla. In treno si vive in equilibrio precario tra quel certo stato di sospensione suggerito dal viaggio e la consapevolezza che la vita continua, specialmente oggi, in questo mondo iperconnesso. Nei miei scritti ho sempre privilegiato più l’idea del treno che il treno stesso, e tutto l’universo reale e simbolico che gli appartiene. Come appartiene a ciascuno di noi: non solo a coloro che viaggiano, ma anche a chi percepisce la ferrovia, le locomotive, i vagoni e i loro suoni come presenze irrinunciabili nel paesaggio delle città o delle campagne.

NNI – Nonostante un’intera galleria di personaggi tutti a loro modo godibili, Se non dovessi tornare ha due protagonisti indiscussi: Aurelio, il professore in cerca di sé e della figlia; e Clelia, l’infermiera che lo aiuta a ritrovarsi e a ritrovarla. Un noto proverbio Zen dice: “Quando l’allievo è pronto, il maestro appare”. Ma allievo e maestro sono spesso facce di una stessa medaglia. Qui di che medaglia parliamo, Roberto?
ROBERTO – Anche Clelia, in realtà, è in cerca di sé: viene da un matrimonio fallito, e da una relazione recente alla quale non riesce ad abbandonarsi completamente. C’è quindi specularità nel rapporto di amicizia che si instaura tra Aurelio e Clelia, ognuno implicitamente allievo e maestro dell’altro. E il loro benefico incontro, l’epifania evocata dal detto Zen, avviene esattamente quando entrambi si trovano a un bivio particolare delle loro esistenze, e riescono a vedere con occhi nuovi. Nel romanzo ho voluto dare evidenza alla possibilità di cambiare che è concessa a ciascuno di noi, che si manifesta quando decidiamo di metterci in movimento, di partire staccandoci dalle abitudini e dagli stereotipi ai quali ci siamo pigramente o vigliaccamente assuefatti. Quando ciò accade, arriviamo a scoprire parti di noi che tenevamo imbavagliate per paura di ascoltarle.

NNI – Un altro tema importante del romanzo è il rapporto genitori-figli, quando i genitori sono intransigenti e i figli difficili. Qui, Aurelio, severo e inflessibile com’è, si ritrova Lea, una figlia ribelle, iniziata alla droga dal suo ragazzo, Ennio, un pupillo di “buona famiglia”. I due giovani, poi, ne escono bene e insieme, ma nella realtà spesso non è così. Cosa ti ha spinto ad affrontare questo tema, Roberto?
ROBERTO – Non c’era un pensiero di fondo orientato su questo particolare tema, che credo sia scaturito in maniera del tutto autonoma mentre scrivevo. Nella mia vita mi sono sempre interessato ai problemi dei giovani, ma ho conosciuto solo indirettamente casi di figli “difficili”. Per descrivere il rapporto conflittuale tra Aurelio e Lea ho ritenuto che il tema della tossicodipendenza fosse adeguato ad amplificare la distanza tra il rigore del professore e lo spirito ribelle della figlia, in linea con i tempi. Mi è piaciuto poi trovare anche una via d’uscita per Lea ed Ennio, mettendo in scena un esempio di successo: è vero, nella realtà i casi come questi sono rari, ma esistono, e quando sono autentici diventano esemplari.

NNI – Ennio possiede tra l’altro un curioso portafortuna, che nel corso della storia passa di mano in mano come un testimone, e custodisce una particolare filosofia di vita. Ce ne vuoi parlare, Roberto?
ROBERTO – Come molti di noi nella realtà, Ennio non si sottrae al fascino della scaramanzia, e sceglie come suo portafortuna un buffo pesciolino giallo di gommapiuma, una sorta di portachiavi antistress, trovato un giorno per caso in un parco. Lo elegge a garante di un nuovo metodo, “del distacco e della leggerezza”, di cui un giorno fa la scoperta, che diventerà la sua nuova filosofia di vita. Distacco e leggerezza sono due atteggiamenti che non escludono comprensione e profondità di pensiero, ma nel romanzo sono chiaramente antitetici al dramma umano che vive Aurelio, il suocero di Ennio.

NNI – Un ultimo tema che emerge con forza, leggendo Se non dovessi tornare, riguarda il futuro, perché il romanzo è ambientato nell’autunno del ‘99. Allora di futuro parlavano tutti, e ora non ne parla più nessuno, forse perché siamo in crisi nera da anni. Ultimamente, con la Brexit, anche l’Unione Europea e l’euro sono andati in crisi; eppure il Nuovo Millennio aveva suscitato enormi speranze. Tu come la vedi, Roberto? Che futuro abbiamo davanti?
ROBERTO – Citando Flaiano, mi sento di rispondere che “Siamo in una fase di transizione. Come sempre”. Pur nelle diversità degli scenari sociali ed economici, in realtà non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Perciò, voglio continuare a essere ottimista, malgrado le mie radici genovesi non smettano di segnalarmi un certo richiamo alla prudenza e al dubbio, quello che a Genova si chiama il “maniman”.

NNI – Venendo al tuo stile di scrittura, Roberto, ciò che ha più colpito i nostri valutatori del tuo romanzo è la capacità di reggere anche lunghi dialoghi senza mai scadere nel banale e senza stancare il lettore. Noi raccomandiamo sempre agli autori di usare i dialoghi con parsimonia, perché sono delle vere e proprie trappole dove è facile cadere, ma tu sei l’eccezione alla regola. Come ci riesci? Hai qualche trucco?
ROBERTO – Ringrazio per l’apprezzamento. Personalmente, penso che al di là del contenuto ogni scritto debba avere un suo ritmo e una sua armonia. I dialoghi, a questo scopo, hanno per me una funzione basilare, che è quella di far vivere i personaggi direttamente nella testa del lettore, facendogli provare, se possibile, le stesse emozioni che essi provano nel testo, con freschezza e immediatezza, senza la mediazione dell’io narrante e onnisciente. Penso che sia questo il mio “trucco”.

NNI – Ora permettiamoci una nota di colore, Roberto. Raccontaci un po’ di Genova e di Roma, secondo te. Al volo e senza pensarci, quali sono i due principali pregi e difetti delle due città dove hai più vissuto? Come sono cambiate negli ultimi anni? Che cosa ti piace e che cosa rimpiangi?
ROBERTO – Genova è la mia città, ed è tutto dire, perché lì c’è il mio cuore. Mare, monti, caruggi e strade in salita, tramontana e “macaia”, storia e tradizione, focaccia e basilico: è questa Genova, con tutti i suoi pregi di città oggi più aperta al turismo e alla cultura, e i suoi limiti, passati e presenti. L’arte del mugugno è nata qui, e qui ho l’impressione che continui ad abitare, frenando il processo di crescita complessiva che la realtà odierna imporrebbe. Ma da genovese che ha un po’ viaggiato e ora vive nella Capitale, penso che la mia città non sia poi così diversa da molte altre realtà italiane. Roma, per esempio, è uno splendido museo all’aperto che ti parla di storia, d’arte e di cultura in ogni suo angolo, ma è diventata caotica, dispersiva, trascurata: basta leggere le cronache dei giornali per farsene un’idea.

NNI – Siamo in chiusura, Roberto, e facciamo un po’ di promozione. Oltre a quanto abbiamo già detto, perché un lettore dovrebbe leggere Se non dovessi tornare? Perché è un romanzo assolutamente da non perdere?
ROBERTO – Penso di aver scritto un romanzo godibile, non pretenzioso, ma ricco di spunti sui temi dell’esistenza, di cui si occupano molto anche i social network. Oggi più che mai c’è un gran bisogno di autoriflessione, di amicizia e di perdono, come racconto nella mia storia.

NNI – Ora abbiamo davvero finito. A quando il prossimo romanzo, Roberto? Ci stai già lavorando?
ROBERTO – In questo momento sto portando a termine la mia quinta raccolta di storie di vita “non-fiction”: dopo gli anziani, i ciechi e gli sportivi, mi sono rivolto ai giovani, e ho avviato un progetto con la Fondazione Il Faro di Roma, che si occupa di professionalizzare ragazze e ragazzi di ogni parte del mondo con alle spalle situazioni di disagio. Ho da parte anche alcuni racconti su cui devo ragionare, e l’idea di un altro romanzo per ora ce l’ho solo in testa. Ma l’esperienza che ho appena concluso mi dice che presto, probabilmente, ci riproverò.

Se non dovessi tornare sarà acquistabile a partire dal prossimo 2 luglio 2017 esclusivamente sul sito di NNI, tramite download diretto per entrambi i formati ePub e PDF, nella sezione Libreria del sito.

 

NNI
Nuova Narrativa Italiana (NNI) è una casa editrice indipendente, con sede a Milano, che pubblica esclusivamente romanzi e racconti di qualità di autori italiani in formato elettronico (ebook).

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