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Il manoscritto è stato rifiutato.

PARAMETRO DI VALUTAZIONE
VALORE
1
BIOGRAFIA, FOLIAZIONE, SINOSSI, GENERE E PRIME 30 PAGINE
7
2
TEMPO NARRATIVO, PUNTO DI VISTA E STILE
7
3
VEROSIMIGLIANZA E ACCURATEZZA
7
4
DIALOGHI
7
5
PROTAGONISTI
7
6
STORIA, TRAMA, SOTTOTRAME E TEMI
7
7
PATHOS E CLIMAX
6
8
COERENZA NARRATIVA
6
9
ADERENZA ALLA LINEA EDITORIALE DI NNI
6
10
PUBBLICABILITA’
6
 
VALUTAZIONE COMPLESSIVA FINALE
66 su 100

MOTIVAZIONE

Cogliamo l’occasione di questa scheda di valutazione, per segnalare con preoccupazione agli autori che ci seguono che spesso ci capita di valutare manoscritti in cui l’autore sostiene di aver scritto un certo tipo di storia, ma in realtà ne ha scritta un’altra.

Nel caso dell’opera in analisi, l’autrice sostiene in sinossi di aver voluto raccontare le solitudini, il disagio, le violenze e i drammi spesso incompresi che le donne vivono. Ma in realtà, fin dalle prime pagine di questo romanzo, il lettore si trova a leggere e noi a valutare la vita triste e cruda di una donna incapace di amare.

La protagonista dell’opera è infatti fin dalla giovinezza una donna chiusa in se stessa, schiacciata da un pesante senso d’inferiorità rispetto alla sorella di successo e all’amica disinibita, prigioniera di una famiglia e dei giudizi di una madre che non l’ha mai amata, che invece di ribellarsi o fuggire si crogiola ostinatamente nel rancore e fatica a intessere qualsiasi relazione sociale.

Il cruccio principale della protagonista, come traspare da diverse pagine del manoscritto, non è non essere amata, ma l’essere considerata in tutto inferiore alle proprie coetanee, nella persona, nella carriera e nei rapporti con l’altro sesso.

Così, quando finalmente un brav’uomo (un meccanico) si accorge di lei e se ne innamora perdutamente, la protagonista cede lusingata alle sue attenzioni, ma se ne vergogna davanti al mondo al punto da conviverci per anni senza presentarlo in famiglia, e di sposarlo quando proprio non può farne a meno.

Allo stesso modo (anche se qui l’autrice è meno esplicita) la protagonista si relaziona al suo lavoro, misurato più in termini di scala sociale che di rapporti umani. Dopo la laurea, per anni insegna alle medie in un paesino, e quando finalmente ottiene una cattedra di lettere per insegnare al liceo e nella sua città, non la leggiamo mai alle prese con qualche studente, perché in fondo la cosa poco interessa.

Ne emerge il quadro di una persona arida, triste e frustrata, che detesta il mondo che la circonda ma comunque ne tiene in grande considerazione giudizi, pregiudizi e valori, di cui si sente costantemente vittima ma del quale non riesce a liberarsi. Un personaggio che non genera alcuna empatia nel lettore, e vive nella menzogna di un matrimonio con un marito che non ama.

Ciò nonostante, fino alla triste fine di Elena, la mamma di un bimbo conosciuta nello stesso condominio, l’unica persona con la quale la protagonista riesce a relazionarsi in modo aperto e sincero, il romanzo sembra reggere, per quanto abbia ben poco a che fare con le intenzioni dichiarate in sinossi, e nonostante che l’autrice rinunci a sviluppare il tema dell’eventuale maternità della protagonista, che pure potrebbe risultare interessante ai fini della storia. La scrittura dell’autrice, corretta, precisa e sintetica, ma arida di slanci e invenzioni, si adatta perfettamente al quadro desolante della donna descritta, anche se non si sa fino a che punto intenzionalmente. Ma poi tutto precipita, e l’autrice perde il controllo e la bussola della storia.

D’improvviso la protagonista s’infatua perdutamente di un collega belloccio, insegnante di matematica, scarica brutalmente il marito che le ha sempre voluto bene e l’ha sempre trattata con ogni riguardo, e vive con l’amante nella stessa casa dove ha vissuto col marito, buttando fuori quest’ultimo da un appartamento che è suo. E tutto andrebbe ora finalmente a gonfie vele nella testa della protagonista, con grande rivincita e soddisfazione sulla vita e sugli altri, se di lì a qualche tempo non scoprisse l’amante nel suo stesso letto con una studentessa. Oh, Dio! Apriti cielo! Ma allora non mi ami davvero?

Segue la crisi esistenziale della protagonista (ormai più che invisa al lettore, che semmai vede nel povero marito meccanico messo alla porta la vera vittima di tutta la storia), la resa dei conti con la madre, con la religione e con il marito (che ovviamente la perdona), e l’improvviso suicidio della protagonista, reso dall’autrice come una liberazione in perfetta serenità e pace (come se potesse essere sereno chi si butta sotto un treno), perché piuttosto di cercare di amare chi la ama da sempre la protagonista preferisce ammazzarsi.

Nel testo, per dovere di onestà, si accenna anche artificiosamente a uno stupro che la protagonista avrebbe subito all’età di cinque anni a opera di un amico di famiglia. Ma non basta per giustificare il comportamento di una donna e l’andamento di una storia che restano comunque assurdi e desolanti.

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