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Il manoscritto è stato rifiutato.

PARAMETRO DI VALUTAZIONE
VALORE
1
BIOGRAFIA, FOLIAZIONE, SINOSSI, GENERE E PRIME 30 PAGINE
7
2
TEMPO NARRATIVO, PUNTO DI VISTA E STILE
7
3
VEROSIMIGLIANZA E ACCURATEZZA
7
4
DIALOGHI
6
PROTAGONISTI
7
6
STORIA, TRAMA, SOTTOTRAME E TEMI
7
7
PATHOS E CLIMAX
6
8
COERENZA NARRATIVA
7
9
ADERENZA ALLA LINEA EDITORIALE DI NNI
7
10
PUBBLICABILITA’
6
 
VALUTAZIONE COMPLESSIVA FINALE
67 su 100

Motivazione

Abbiamo esitato a lungo se porre o no questo manoscritto in valutazione per un’eventuale pubblicazione presso la nostra casa editrice, perché il canovaccio del serial killer, che tiene banco nella narrativa e nel cinema più di genere da decenni, è talmente logoro, esplorato ed abusato da produrre ormai difficilmente opere personali e originali. Ma alla fine lo abbiamo comunque messo in valutazione, nella speranza che questo autore ci smentisse. E l’autore, a onore del vero, in parte ci è pure riuscito.

Degni di nota in questo manoscritto sono in particolare: l’ambientazione accurata della storia in una Londra livida e caotica, che evidentemente l’autore ben conosce; il buon intreccio della trama principale e delle sottotrame; il tema dell’oppressione dei diversi, in particolare dei nativi indiani d’America; e un certo spregiudicato uso degli stereotipi del genere, che l’autore fa consapevolmente, con disincanto, misura e ironia. Ma purtroppo è tutto qui.

Per quanto il testo regga dall’inizio fino alla fine, principalmente per l’artificio di mestiere di spezzare e alternare tra loro trama e sottotrame, alla lunga mostra la corda per tutta una serie di ingenuità e debolezze che ne annacquano le buone intuizioni fino a stancare e deludere il lettore.

Per lunghi tratti del testo l’autore sembra infatti più impegnato a raccontare un’indagine “minuto per minuto”, quasi fosse una radiocronaca, che a discriminare l’importante dall’inutile, lo straordinario dal banale. Ma come diceva Alfred Hitchcock, e noi di NNI ripetiamo spesso agli autori, “il cinema è la vita senza le parti noiose”, e di sapere cosa fa Superman quando va in bagno non gliene frega niente a nessuno, soprattutto nei romanzi più di genere. D’accordo: qui siamo più nel poliziesco che nel thriller vero e proprio. Ma in questo manoscritto ci sono almeno cento pagine eliminabili o semplificabili ai fini della storia, tra brani inutili (ad es. pagg.: 15; 80-81; 129-130; 240-241; 270-271; 291-292; 298-299; 315-316; 319-321), e dialoghi dozzinali o interminabili (ad es. pagg.: 114, il fax; 131-135; 254-257; 282-285; 287-289; 335-340).

A proposito dei dialoghi, l’autore farà bene a tenere a mente, sia nell’emendare quest’opera che nelle sue opere future, che i dialoghi in un romanzo vanno usati con parsimonia, solo quando c’è davvero qualcosa d’importante da dire. I dialoghi non vanno usati per fare lunghi discorsi, per dire banalità o cose secondarie, che si possono omettere o riassumere col discorso indiretto, o per ripetere fatti che il lettore già conosce. Né, tanto meno, devono essere da bar, scontati, stucchevoli o stupidi, perché altrimenti, in poche righe, declassano il rango di un’opera di narrativa fino alla sciatteria.

Quanto alle ingenuità, il testo ne è pieno, e qui ci limitiamo a riassumere solo le principali, a beneficio dell’autore, se vorrà ascoltare i nostri suggerimenti e porvi rimedio:

– Il protagonista dell’indagine, Andrew, un ispettore di Scotland Yard ex Agente Indiano negli USA, che nonostante tutti gli indizi in quella direzione e 190 pagine di elucubrazioni ha bisogno dell’imbeccata di un collega per sospettare direttamente di un pellerossa (pag. 190 in basso);

– Sempre il protagonista, poi paladino buonista delle cause perse, che vive da giovane a Piacenza coi genitori, e alla morte improvvisa del padre non ci pensa due volte a lasciare tutto (una settimana dopo il funerale!) e andarsene negli USA (“Ma… e la madre fresca vedova? La molla da sola così?”, si chiede attonito il lettore. Neppure una parola su di lei dell’autore);

– Ancora il protagonista Andrew che accusa un malcapitato attempato marito fedifrago (Martin) di essere l’omicida sia dell’amante che della moglie (sic!), e che in particolare avrebbe ucciso la moglie… per non farsi scoprire dalla moglie di avere un’amante (doppio sic!). E nel caso il lettore avesse legittimi dubbi in proposito (s’è mai vista una roba più assurda?), l’autore, convinto, lo ribadisce più e più volte nel testo esplicitamente (pagg. 204-207; 238 e 255);

– L’amante di Martin, Sarah, che invece di sparire davvero, visto quello che ha combinato, si nasconde a casa dell’amica Laura, dove alla fine viene arrestata (pag. 321); la stessa amica che all’inizio del romanzo (pag. 71), invece di restare nell’anonimato, chiama direttamente Scotland Yard, dicendo di sapere cosa è successo a Sarah! Ma si può?

– I due ispettori del Dipartimento Crimini Speciali, titolari dell’indagine, che dovrebbero essere professionisti esperti sui serial killer, e invece incriminano un molestatore sessuale che non c’entra nulla coi delitti, l’uno per vendetta, l’altro, evidentemente, per dabbenaggine, tanto la cosa non sta in piedi;

– Le risibili motivazioni del vero colpevole dei delitti, una persona di grande esperienza e alta levatura morale, che di colpo s’illude di “liberare” gli oppressi e cambiare la società a forza di omicidi, pur non essendo affatto impazzito, e il conseguente surreale, interminabile dialogo finale tra il colpevole e l’ispettore protagonista, dove l’autore lascia l’amaro in bocca al lettore, arrampicandosi sugli specchi per giustificare l’ingiustificabile, con argomentazioni sempre meno convincenti (pagg. 335-340).

In conclusione peccato, perché l’autore sa scrivere (pure se non becca quasi mai un accento giusto in italiano), con stile adeguato al genere scelto, e ha un certo talento nel costruire storie articolate. Ma questo in narrativa non basta: bisogna anche risultare credibili e interessanti per i lettori, evitando sciocchezze e noia.

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