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Il manoscritto è stato rifiutato.

PARAMETRO DI VALUTAZIONE
VALORE
1
BIOGRAFIA, FOLIAZIONE, SINOSSI, GENERE E PRIME 30 PAGINE
7
2
TEMPO NARRATIVO, PUNTO DI VISTA E STILE
7
3
VEROSIMIGLIANZA E ACCURATEZZA
8
4
DIALOGHI
8
5
PROTAGONISTI
8
6
STORIA, TRAMA, SOTTOTRAME E TEMI
7
7
PATHOS E CLIMAX
7
8
COERENZA NARRATIVA
7
9
ADERENZA ALLA LINEA EDITORIALE DI NNI
8
10
PUBBLICABILITA’
7
 
VALUTAZIONE COMPLESSIVA FINALE
74 su 100

Motivazione

Giocato sull’alternanza tra il presente (2008) e il passato di vent’anni prima (1988), in una sorta di amarcord, questo manoscritto racconta le avventure di un solitario quarantenne e della sua ristretta cerchia di conoscenze e amicizie nella Toscana del tessile (Prato e dintorni).

Nonostante una storia minima, una struttura narrativa basata su un unico punto di vista e prossima al solipsismo, e alcune cadute di stile dell’autore – che scrive bene ma indulge spesso all’autoascolto – la prima parte di questo romanzo risulta comunque godibile e originale grazie alle buone ricostruzioni d’epoca e d’ambiente, ai dialoghi mai scontati, a un certo ironico disincanto nelle pagine, e a una latente promessa al lettore di chissà quali clamorosi sviluppi legati a un gioco collettivo d’azzardo che coinvolge molti personaggi.

Poi, a partire dal capitolo 18 (pag. 135), l’aeroplano s’avvita, e comincia una picchiata interminabile di sventura, tristezza e desolazione che travolge tutto e tutti, deludendo (e irritando) il lettore.

Il protagonista (con il quale il lettore è andato nel frattempo solidarizzando) viene malmenato, derubato e abbandonato dalla sua nuova fiamma (1988); perde l’amica del cuore per un male incurabile e il lavoro per un licenziamento (2008); e si riduce infine a fare da badante a un vecchio pittore ormai muto e in sedia a rotelle ignorato dai propri parenti.

Anche la scrittura dell’autore si avvita insieme alla storia, e si fa a tratti puramente didascalica, triste, retorica o stucchevole, mentre gli episodi si trascinano stancamente verso l’epilogo, scivolando sempre più nello stereotipo e nel patetico (i cineasti romani un po’ burini e un po’ delinquenti; l’assalto al supermercato per il 3×1; la pescheria “parlante”; la morte e il funerale di Lucilla; il finale con le badanti dell’Est e lo scemo del paese).

Peccato davvero, perché l’affresco d’epoca e d’ambiente non era male. Ma se si vuol descrivere la solitudine, l’abbandono, la disperazione e il degrado, bisogna essere chiari fin da subito con il lettore. Non si può illuderlo per oltre cento pagine di stare raccontando un’altra storia.

Un ultimo suggerimento all’autore. Poiché in generale sa scrivere, non deve dimostrare niente a nessuno. Perciò sorvegli meno la propria scrittura, la lasci correre, e rinunci a qualche ricercatezza, abbellimento, aggettivo, citazione e metafora di troppo, concentrandosi di più sulle storie.

Certo, è giusto che ciascuno abbia il proprio stile, altrimenti saremmo tutti dei robot. Ma come amiamo ripetere ai nostri autori noi di NNI, citando la Bibbia: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”. Tutto ciò che non è verbo, tendenzialmente, è farina del Diavolo.

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