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Il manoscritto è stato rifiutato.

PARAMETRO DI VALUTAZIONE
VALORE
1
BIOGRAFIA, FOLIAZIONE, SINOSSI, GENERE E PRIME 30 PAGINE
7
2
TEMPO NARRATIVO, PUNTO DI VISTA E STILE
8
3
VEROSIMIGLIANZA E ACCURATEZZA
9
4
DIALOGHI
9
5
PROTAGONISTI
8
6
STORIA, TRAMA, SOTTOTRAME E TEMI
7
7
PATHOS E CLIMAX
7
8
COERENZA NARRATIVA
7
9
ADERENZA ALLA LINEA EDITORIALE DI NNI
7
10
PUBBLICABILITA’
7
 
VALUTAZIONE COMPLESSIVA FINALE
76 su 100

Motivazione

Affresco autobiografico, nostalgico e decadente dell’aristocrazia palermitana (e in parte romana) del Novecento, dal ’35 agli anni Ottanta (per quel che si legge in sinossi), visto attraverso gli occhi di due protagoniste, l’io narrante e un’altra donna, entrambe appartenenti a tale aristocrazia, che si rivelano essere alla fine la stessa persona.

La scrittura è colta, raffinata ed elegante, ma fresca e diretta, senza barocchismi o compiacimenti inutili. Riesce a rendere al meglio ogni situazione, e a tenere sempre viva l’attenzione del lettore anche quando si abbandona in lunghe e minuziose descrizioni. Indubbiamente l’autrice sa scrivere.

Detto questo, il manoscritto presenta una serie di debolezze, che andrebbero risolte per renderlo davvero pubblicabile da parte di Nuova Narrativa Italiana, e che elenchiamo qui di seguito.

La “piccola premessa” all’inizio del racconto sulla comprensione dell’altro c’entra poco o nulla con la narrazione che segue, ed è talmente retorica e stucchevole da rischiare un prematuro abbandono del testo da parte del lettore.

L’artificio dello sdoppiamento di persona funziona bene sul piano narrativo, perché consente all’autrice di alternare i punti di vista di un racconto che risulterebbe altrimenti monocorde, ed è anche coerente con il tema della storia dichiarato in sinossi: una donna alla ricerca di se stessa che si guarda come in uno specchio, in una sorta di autoanalisi. L’autrice non sa però alla fine come giustificare al lettore la sua stessa finzione, e fonde bruscamente e in poche pagine le due protagoniste, che ha tenuto distinte per tutta la narrazione, ricorrendo a confuse metafore e figure retoriche (il sogno, il tunnel, la metamorfosi in farfalla).

Ma l’aspetto più debole del testo e più difficilmente emendabile è il solipsismo della storia, tutta chiusa in se stessa, nel diario e nel ricordo personali, che solo a tratti sembra consapevole della realtà esterna. Le due protagoniste del racconto attraversano i decenni centrali del Novecento come sospese in una bolla, in un sogno, prese come sono l’una dalla propria adolescenza e dal successivo matrimonio in fallimento, l’altra da una serie di avventure turistiche e sessuali. Eppure sono gli stessi decenni del peggior fascismo, della Seconda guerra mondiale, della ricostruzione, del boom economico, della contestazione studentesca, della strage di Piazza Fontana, del terrorismo brigatista, dei primi omicidi “eccellenti” e della mattanza di mafia proprio a Palermo!

Ne esce il quadro desolante di un’aristocrazia palermitana (e in parte romana) immobile e sganciata dalla Storia, la cui sola preoccupazione sembra essere quella di perpetuare se stessa, godere della propria fortuna e ammazzare la noia. E va bene Il Gattopardo, ma la vicenda della donna alla ricerca di sé, il tema dichiarato del manoscritto, si perde in questa desolazione.

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