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Il manoscritto è stato rifiutato.

PARAMETRO DI VALUTAZIONE
VALORE
1
BIOGRAFIA, FOLIAZIONE, SINOSSI, GENERE E PRIME 30 PAGINE
7
2
TEMPO NARRATIVO, PUNTO DI VISTA E STILE
8
3
VEROSIMIGLIANZA E ACCURATEZZA
9
4
DIALOGHI
8
5
PROTAGONISTI
8
6
STORIA, TRAMA, SOTTOTRAME E TEMI
7
7
PATHOS E CLIMAX
7
8
COERENZA NARRATIVA
7
9
ADERENZA ALLA LINEA EDITORIALE DI NNI
8
10
PUBBLICABILITA’
7
 
VALUTAZIONE COMPLESSIVA FINALE
76 su 100

MOTIVAZIONE

Il principale limite di questo manoscritto, che ce lo ha fatto rifiutare, è che pur essendo in molti punti interessante e godibile manca nell’insieme di una storia forte e convincente.

Ed è un peccato, perché l’autore scrive davvero bene, in modo colto e raffinato ma diretto, senza inutili barocchismi, spesso ironico, a volte lirico, ed è sempre molto bravo a rendere atmosfere e situazioni, oltre che ammirevole nelle ricostruzioni storiche.

Si ha però l’impressione, a fine lettura, di essersi imbattuti in una sorta di gioco, più che in un romanzo, in un esercizio a tratti anche molto piacevole dove la storia raccontata è in realtà un mero pretesto dell’autore per divertirsi.

Così la prima parte di 50 pagine è una sorta di inno alle virtù medicali delle rose in generale, della rosa damascena in particolare, e di un’essenza miracolosa da essa ricavata che riemerge dopo due secoli come involontario lascito di un illustre avo al protagonista del romanzo durante la ristrutturazione della sua villa.

Segue una seconda parte in cui l’autore si diverte a raccontare i disagi e le avventure del protagonista, un ricco aristocratico che si trova ad affrontare un disagevole e pericoloso viaggio in carrozza nell’Europa d’inizio Settecento, per raggiungere la corte del Re Sole a Versailles come ambasciatore della Serenissima.

Per un’ottantina di pagine l’autore ci racconta nella terza parte del romanzo dei molti vizi e delle poche virtù della corte di Luigi XIV, che il protagonista riesce a ingraziarsi anche con l’uso dell’essenza miracolosa di cui sopra. L’irriverente descrizione del disfatto e impenitente Re Sole e del suo seguito di nobili, cortigiane e lacchè è la parte più godibile del romanzo, ma purtroppo anche l’ultima in cui l’autore si sforza di mantenere una parvenza di storia e di coerenza narrativa.

La morte di Luigi XIV travolge infatti anche il romanzo. Il protagonista rientra in patria portandosi dietro l’architetto del re per migliorare la ristrutturazione della propria villa, un giovane ed equivoco omosessuale dall’aspetto femmineo che si innamora del protagonista.

L’esiguità di quest’ultima quarta parte del romanzo, di appena una ventina di pagine, testimonia dell’incapacità o della riluttanza dell’autore a sviluppare il tema della relazione tra i due uomini, che si risolve in qualche timido e vano approccio del giovane, nel suo improvviso e poco credibile suicidio, e nel rimorso del protagonista, quando invece ben altro si aspetterebbe a questo punto il lettore tra i due, magari anche solo in termini platonici, dopo l’antipasto della corte del Re Sole.

Ma tant’è. L’autore nel frattempo ha smesso di divertirsi, e anche il tema delle rose, che ha retto per pagine il romanzo, si è perso per strada.

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