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Il manoscritto è stato rifiutato.

PARAMETRO DI VALUTAZIONE
VALORE
1
BIOGRAFIA, FOLIAZIONE, SINOSSI, GENERE E PRIME 30 PAGINE
8
2
TEMPO NARRATIVO, PUNTO DI VISTA E STILE
9
3
VEROSIMIGLIANZA E ACCURATEZZA
10
4
DIALOGHI
8
PROTAGONISTI
8
6
STORIA, TRAMA, SOTTOTRAME E TEMI
9
7
PATHOS E CLIMAX
8
8
COERENZA NARRATIVA
6
9
ADERENZA ALLA LINEA EDITORIALE DI NNI
9
10
PUBBLICABILITA’
7
 
VALUTAZIONE COMPLESSIVA FINALE
82 su 100

Motivazione

Questo romanzo racconta l’indagine di un ispettore di polizia incaricato di risolvere il delicato caso di tre misteriosi omicidi “eccellenti” (un generale dell’esercito, un giudice e un politico) perpetrati in Italia in luoghi pubblici, davanti a testimoni e con un’arma terribile e sconosciuta.

Anche grazie alla propria esperienza di poliziotto nella vita reale, di cui apprendiamo dalla biografia, l’autore – che scrive bene e in modo diretto ma senza essere mai banale – se la cava egregiamente, riuscendo a rendere i rapporti tra i diversi organi di sicurezza dello Stato con una verosimiglianza e una competenza che raramente si incontrano in altri testi, attraverso una narrazione che non scade mai nel tecnicismo e una storia sempre in crescendo, che fin dalle prime pagine cattura l’attenzione del lettore, anche attraverso qualche spruzzo di esoterico.

Poi, inspiegabilmente, a partire dal capitolo 10 (pag. 79) la vena narrativa dell’autore si asciuga, e proprio quando il lettore si aspetterebbe un finale denso di rivelazioni e degno delle pagine precedenti incappa in tutta una serie di errori che deludono e rovinano il romanzo.

Dapprima l’autore rispolvera un vecchio caso di cronaca siciliana e lo mischia alla storia attribuendogli un’origine e una responsabilità diverse da quelle ormai accertate, per piegarlo ai fini della storia. Come si fa a tracciare un filo diretto tra un fatto di cronaca vero e una storia di fantasia, tra personaggi reali e immaginari, al punto da inventare un nome e una colpa al Ministro della Difesa di allora (pag. 81)? Non si può snaturare un fatto di cronaca per fini narrativi, come si ammette in sinossi, perché la finzione del romanzo va in vacca e si perde in credibilità. Il lettore si chiede: Ma cosa sto leggendo? un romanzo poliziesco inventato o una storia vera con nuove rivelazioni? Ma soprattutto che bisogno c’era? Perché non continuare a mantenersi sul vago, riferendosi genericamente agli esperimenti di nuove armi militari? O, al limite, citare alcuni fatti reali e specifici (utilizzo di armi aberranti nelle guerre, esercitazioni militari, ecc.) ma senza metterli in correlazione diretta con i fatti e i personaggi del romanzo.

Il secondo errore che l’autore compie è nell’attribuire al ricco imprenditore di successo e studioso di testi e pratiche antiche la responsabilità degli omicidi, perché si tratta di un finale troppo semplice, modesto, deludente e inverosimile. Ma come? Chi imbecca l’ispettore dandogli la giusta dritta è pure l’omicida? A rischio di finire in galera prima che il figlio malato sia morto? E ammazza lucidamente e in prima persona, nonostante i mezzi economici di cui dispone? Ma che senso ha? Molto più intrigante e verosimile sarebbe invece un assassino mosso da motivazioni simili a quelle dell’imprenditore (e che l’imprenditore in qualche modo sospetta, ma di cui non è certo; perciò è riuscito a imbeccare così bene l’ispettore fino a quel punto), magari una donna in carriera espulsa dall’esercito per la sua contrarietà allo sviluppo e all’uso di certe armi, o una madre o una moglie che ha perso un congiunto per gli esperimenti militari e non ha ottenuto giustizia, se non una vecchia collaboratrice dell’imprenditore, affezionata al figlio di lui che sta morendo.

E qui ci allacciamo al terzo errore che l’autore compie nel testo: l’eliminazione progressiva delle figure femminili. A parte la vecchia affittacamere dell’ispettore, l’antropologa amica dell’imprenditore, l’unica donna di rilievo in una vicenda di soli uomini, sparisce da pag. 71 per impegni suoi e non ritorna più. Eppure, vista la tematica di base del testo (l’orrore dello sviluppo e dell’uso di armi terribili), la sensibilità femminile è importante: perché da sempre sono gli uomini a fare le guerre, e le donne e i più deboli a subirle. Per questo motivo, secondo noi, un omicida donna funzionerebbe meglio.

In conclusione, due note per l’autore.

La prima è un ringraziamento da parte nostra, sia per la tematica che ha osato trattare, perché è importante, sia per la figura dell’ispettore, che anche se ritagliato su certi personaggi della letteratura classica (vedasi pipa) ha il pregio di averci fatto dimenticare per un attimo il commissario macchiettistico di turno con l’aiutante scemo e l’investigatore dilettante che tanto impazzano oggi in televisione, restituendoci la giusta immagine delle forze dell’ordine.

La seconda è una richiesta. Se concorda con le nostre osservazioni, riscriva l’ultima parte del testo e ce lo sottoponga di nuovo. Perché se non fosse stato per le smagliature di cui sopra, glielo avremmo pubblicato.

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