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Come una farfalla

Come una farfalla

La luce gialla del lampione colora il marciapiede sul quale ho ammassato tutti i bagagli da stivare in auto. Li guardo nervosamente: sono troppi. Andrea, intanto, ne porta giù altri. Sudo, ne sollevo uno, e lo sistemo in fondo al bagagliaio aperto. Borbotto, mi agito e sbotto:
«Non c’entreranno mai!».
Mio figlio continua serafico ad aggiungere borse. Ha gli occhi ancora pieni di sonno.
«Dobbiamo sbrigarci, sono già le sei! Non arriveremo mai in tempo!»
Mi guarda, guarda il cumulo di valigie, fa una smorfia, e mi fa cenno di non agitarmi.
«Permetti un attimo?»
Comincia a sistemare i pacchi con un’irritante precisione scientifica. Li ordina con movimenti lenti, lo sguardo serio, concentrato. Due minuti e abbozza un sorriso:
«Ecco fatto; nun t’agità. Ansia da partenza?».
Vorrei mangiarmelo, pur di non ammettere che è stato più bravo di me. Lo fulmino con uno sguardo, e lui mi risponde con un altro sorriso appena accennato.
«Dai, saliamo in macchina! Non perdiamo tempo.»
Il viaggio è lungo: più di seicento chilometri da percorrere da sud a nord, da Napoli a Parma.
Mentre imposto il percorso sul navigatore, il pensiero torna indietro di qualche mese…

«Papà, dobbiamo parlare!»
Lo sguardo è serio, determinato. Quando un figlio ti dice “dobbiamo parlare”, capisci subito che non è una cosa buona. No, non lo è.
Parla, straparla, mi apre il cuore ai suoi sogni, ai suoi progetti; e scopro un alieno. Ho cresciuto un alieno in casa mia! In poco più di trenta minuti, si sgretola l’immagine che avevo costruito di mio figlio. Tutte le mie aspettative riposte si dissolvono come fumo: non farà l’ingegnere, non studierà al politecnico vicino casa; ma si trasferirà a Parma.
«Ma perché a Parma?», gli chiedo irritato.
«Papi, voglio studiare Scienze Gastronomiche, e a Parma c’è la facoltà migliore in questo campo.»
«Scienze… Gastronomiche? Che cazzo di facoltà sarebbe Scienze Gastronomiche?»
Comincia a spiegarmi, le parole rimbalzano nella stanza. Io cerco di capire, e l’ansia cresce come panna montata.
È proprio determinato. Mi fissa dritto negli occhi e alla fine conclude:
«Se penso a te e a mamma che sbuffate tutte le mattine prima di andare al lavoro, mi vengono le bolle. Voglio studiare qualcosa che mi renda felice; voglio pensare che domani farò un lavoro che mi darà soddisfazioni. Non mi vedo a fare l’ingegnere. So benissimo che potrei studiare qualsiasi cosa; so che con l’impegno riuscirei a laurearmi in qualsiasi materia. Ma voglio dedicare la mia vita a qualcosa che mi faccia brillare gli occhi. Spero di non avervi deluso troppo».
Io resto là, in silenzio. L’ho cresciuto provando a inculcargli l’idea che bisogna sempre coltivare i propri sogni e che si deve sempre lottare per provare a realizzarli. Ecco: ora i miei insegnamenti mi si rivoltano contro! Ingoio il boccone e abbozzo.
La notte e i giorni successivi li trascorro a combattere con le mie paure. Mia moglie prova a calmarmi (le donne hanno una capacità di mediazione che farebbe invidia al migliore dei diplomatici). E alla fine, con non poco sforzo, mi convinco ad assecondare i desideri del ragazzo.

Ed eccomi qua, ora, qualche mese dopo, alle sei del mattino, a impostare il percorso sul navigatore, mentre la luce del giorno fa fatica a spazzare le ombre grigie di una notte insonne.
Partiamo.
Alle otto siamo a sud di Roma. Il sole comincia a riscaldare la giornata, e provo a rilassarmi un po’.
Andrea ha le cuffie, muove la testa al ritmo di chissà quale canzone. Mi sembra ancora un cucciolo d’uomo, così fragile e indifeso. Che cazzo farà da solo in una città del Nord, col freddo, la nebbia e senza amici? E quando si ammalerà? Chi lo assisterà?
Mi fermo un attimo, sospiro, sorrido. Mi rendo conto che mi sto comportando più come un mammo che come un papà. Lo sono sempre stato: apprensivo, ansioso, iperprotettivo. Mi dico che forse sto sbagliando, ma l’idea di vederlo andare via da casa mi angoscia. Emetto un grugnito e accendo la radio.

A Firenze il tempo cambia: pioggia e vento cominciano a prendere a sberle l’auto. Il tergicristallo si agita convulsamente, sembra un guerriero d’altri tempi mentre si fa strada tra l’esercito nemico.
È proprio così che mi sento: sto andando a consegnare mio figlio al nemico. E mi scopro pieno di pregiudizi. Non credevo di averne, ma elaboro biechi pensieri di cui dovrei vergognarmi: sono carico di diffidenza nei confronti dei “nordisti”, che immagino freddi, distaccati, senz’anima.
In realtà, sono scioccamente alla ricerca di un nemico, desidero prendermela con qualcuno e non riesco ad ammettere quanto mi pesi il distacco.
La guida diventa nervosa, a scatti.
«Papi, stai guidando male. Calmati un po’!»
Gli lancio un’occhiataccia, ma so che ha ragione lui.
A Bologna mi chiede quanto manca.
Poi prende il cellulare e telefona alla reception del residence dove gli abbiamo preso un alloggio, per avvertire che stiamo arrivando.
Lo osservo con la coda dell’occhio mentre parla al telefono, e mi accorgo che non è più un ragazzino.

Arriviamo a Parma intorno alle tredici.
C’è il sole. Il monolocale è piccolo, ma attrezzato.
Il campus universitario è molto bello, e la gente gentile e cordiale. Mi sento un idiota ad aver provato tanti sentimenti negativi durante il viaggio. Fortunatamente, nessuno può aver ascoltato i miei beceri pensieri.
La giornata passa in fretta, e Andrea sembra muoversi con grande disinvoltura. Ha la stessa determinazione con la quale ha preparato l’esame di maturità, superato brillantemente senza far trasparire un minimo di ansia.
Osservo questo giovane uomo deciso, serio e pacato, che dimostra di avere tanto più equilibrio e concretezza di me, che ho superato i cinquanta e combatto ancora con i mostri nascosti negli anfratti più bui della mia anima.
Mi sento uno stupido ad averlo giudicato, a non aver avuto fiducia nei suoi progetti, nelle sue idee.

Il momento dei saluti arriva in fretta, troppo in fretta.
Continuo a trovare scuse per rinviare la partenza.
Le ultime consegne, e mio figlio ride. Mi rendo conto di quanto siano inutili tutte queste parole, tutte queste raccomandazioni.
Il bagagliaio dell’auto è semivuoto, lascio tutto qui: le mie paure, l’ansia, la rabbia, i dubbi e le speranze.
Mentre ci salutiamo, ho lo sguardo smarrito.
Andrea mi osserva, sorride, e mi abbraccia forte:
«Papà, tranquillo. Starò bene qui; non preoccuparti!».
Salgo in macchina, e avrei voglia di lasciarmi andare alle mie emozioni, ma mi controllo. Tiro giù il finestrino per sentire ancora un po’ l’aria di questa città che mi è estranea, che non mi appartiene. Apro il palmo della mano, e m’interrogo su quale sia il modo giusto di amare.
Guardo attraverso lo specchietto mio figlio in piedi, davanti al portoncino del residence. E una farfalla si poggia sul palmo della mia mano aperta.
Resto immobile, e la osservo mentre sembra voler accarezzare le mie dita. Sento improvvisamente un calore che mi avvolge completamente; il cuore batte forte, gli occhi si inumidiscono. La farfalla fa un balzo in avanti, dispiega le ali colorate e vola via.
Ecco, ora comprendo: ti amerò così, come se fossi una farfalla!
Resterò fermo a guardarti mentre volteggi in questo cielo azzurro, mentre il vento ti spinge verso i tuoi sogni. Resterò ad aspettarti tutte le volte che vorrai poggiarti sulla mia mano, sulla mia spalla, per riposarti e avere conforto. Resterò in silenzio ad ascoltarti se avrai voglia di sfogarti nei momenti difficili, che inevitabilmente ci saranno. E proverò a non giudicarti mai. Ci proverò con tutte le mie forze, e non chiuderò mai il palmo della mano; giuro che non lo farò! Non rovinerò le tue ali, e non ostacolerò le tue scelte. Perché è tuo il dono, tuo soltanto!
Ingrano la marcia. Un ultimo sguardo; un saluto.
Buona vita, figlio mio. Buona vita sempre!

© Cosimo Greco

 

Cosimo Greco nasce a Catanzaro nel 1965, ma vive la sua prima infanzia a Roma. Nel 1983 consegue la maturità classica a Napoli e prosegue i suoi studi presso l’Università Federico II, alla facoltà di Scienze Politiche. Funzionario di amministrazione, esperto in gestione dei flussi documentali, vive a Napoli, dove attualmente si occupa di gestione delle risorse umane. Coltiva da sempre la passione per la lettura, la musica, la pittura e la scrittura, e ancora oggi, nel tempo libero, ama dipingere, suonare la chitarra e scrivere racconti illustrati.

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