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Gli occhi vuoti

Occhi vuoti

Nell’intricato labirinto di vicoli, irraggiungibili anche ai più tenaci raggi del sole estivo, tra case di ogni dimensione ma tutte gialle di tufo e tramonto, incontravo ogni giorno Artemio.
Sapevo il suo nome, ma mai avevamo scambiato una parola. Mai. Sguardi sì, tanti, lunghi e generosi di tutti i pensieri: le mille sfumature della curiosità, le tonalità della noia e della stanchezza di occhi stufi di gironzolare lungo l’asfittico cortile, sempre.
Sguardi che coglievano ogni variazione appena percettibile: il volo di un insetto un po’ più grosso delle solite mosche e moscerini. Un colore verde di tovaglia stesa ad asciugare al balcone del secondo piano della palazzina a destra, nobile ma decadente… il balcone della signorina Annalisa.
Una donna grassa e con gli occhi troppo vuoti anche solo per tradire un piccolo pensiero, vacui per sentire una sola preoccupazione.
Niente turbava gli occhi della signorina Annalisa.
Artemio, se la sorprendeva affacciata al davanzale, lesto come una lepre si posizionava al centro del cortile, calava le braghe e le mutande giù fino alla caviglia, e a novanta gradi mostrava le chiappe bianche e lisce alla signorina. Niente. Lei imperturbabile controllava che il bucato fosse perfettamente asciutto tastandolo accuratamente. Si fermava. Guardava il culo del ragazzino al centro del cortile. Riprendeva l’attività.
Noi ridevamo. Ci sganasciavamo. Ci sbellicavamo. Tifavamo per Artemio. Questo a lui importava poco, forse non gli importava affatto.
Lo colsi spesso ripetere la scena in mezzo al cortile deserto, solo lui e la signorina Annalisa lì sul balcone. Finita l’esibizione, tornava a dare calci a una lattina, rompendo i coglioni a tutti gli inquilini.
Non era spacconeria la sua, né esibizionismo o bisogno d’approvazione. Semplicemente voleva riempire, anche solo per un istante, gli occhi della signorina che invece, immancabilmente, restavano vuoti.
Artemio portava sul cranio un cespuglio nero di capelli ispidi che nessuno avrebbe osato toccare; chi lo aveva fatto ci aveva rimesso gli incisivi che avrebbero dovuto accompagnarlo per tutto il resto della vita. Nuovi nuovi. Appena spuntati. Era successo un inferno.
Genitori inferociti urlavano e minacciavano da sotto in su, alzando i pugni contro il balcone di Artemio e poi dal terzo piano in giù contro il cortile, nella speranza che le urla, le invettive e le bestemmie potessero, come lame, penetrare fin nella casa di quei “debosciati” e infilzarli come polli, a partire dal ragazzino, “un selvaggio!”.
Il selvaggio non si fece vedere per tre pomeriggi di fila, ma la mattina andava regolarmente a scuola. Al ritorno mostrava il culo alla signorina, se questa era al balcone, e poi filava dritto a casa.
Nessuno dei genitori lo picchiò: suo padre per stanchezza, sua madre per amore.
Il padre di Artemio era un impiegato di bassa leva, operatore ecologico, messo o bidello, adesso non ricordo più, però era fortunato: non faceva un cazzo e poteva permettersi l’aria eternamente stanca di chi porta i soldi a casa.
Mio padre si rompeva il culo nell’edilizia, e quando rientrava non rinunciava al tressette e a un paio di bicchieri di Nero d’Avola con gli amici, e non era mai stanco quando c’era da picchiare.
Mia madre e la zia Annetta parlavano a volte della madre di Artemio:
«Una gran donna», dicevano.
«Io uno così lo caccerei a calci!», si riferivano al padre:
«Lei è ancora giovane, e quello, si sa, manco uomo è!».
Effettivamente, nel quartiere era l’unico marito che andasse a messa la domenica mattina:
«E quando mai s’è visto un uomo andare a messa la domenica?».
Artemio invece era “uomo”. A volte marinava il catechismo per andare a giocare nel cortile largo, dove i bambini avevano le figurine Panini dei calciatori e i fumetti di Tex e di Topolino.
Tornava alle diciotto, quando padre Anselmo ci mandava a casa. Aveva le tasche piene di Rossi, Conti e Altobelli, e, stretti nell’incavo dell’ascella, due o tre fumetti sgualciti.
Io ero femmina. Artemio era l’uomo che avrei voluto sposare.

Il tempo scorreva anche nell’intricato labirinto di vicoli, e a dispetto del sole, che regalava al cortile i colori di un eterno e monotono tramonto, eravamo cresciuti. D’un tratto eravamo tutti grandi, pronti a salpare verso altri lidi meno noti e sicuri, superare il labirinto e guardare in faccia il sole, rischiare di attraversare larghe circonvallazioni per giungere fino alla spiaggia nera di cenere vulcanica e fare i bagni nell’acqua alta senza salvagente e senza paura o esitazioni.
Io e Artemio non avevamo mai, mai, scambiato una sola parola.
Mi piaceva inseguire stralci di conversazioni alla ricerca della prima cosa interessante che ci saremmo detti.
Origliavo le conversazioni tra i professori a scuola durante l’intervallo, o alla bottega tra gli adulti in fila alla cassa. Se il mio amore avesse infine parlato, avrei potuto esordire con frasi tipo:
«Oh, i ragazzi di oggi sono più maleducati. Quest’anno ho una classe!»
«La vita è diventata carissima. Si spende tre volte di più per un pezzo di formaggio…».
Se il mio amore avesse alla fine parlato.
Ma Artemio non parlava. Anzi, a pensarci bene non avevo mai sentito il suono della sua voce.
Tanto meglio! Potevo immaginarmelo come volevo. Un tono caldo e suadente. Una voce capace di sussurrare con estrema naturalezza le più insulse e dolci porcherie.
Intanto eravamo grandi. I maschi erano tenuti ad uscire fuori dal labirinto, a librarsi lungo la rotabile, a volare dall’altra parte senza farsi schiacciare da impiegati in ritardo impazziti dentro la loro utilitaria, o da allegri centauri che per gradasseria avrebbero volentieri mostrato un omicidio in diretta alla pupa aggrappata alla loro schiena, e che piantava, paurosa ma felice, le unghie rosso lacca nelle loro pancette trippose. C’era da stare attenti.
Attraversare e poi tuffarsi da uno scoglio di centocinquanta centimetri d’altezza, e infine nuotare FELICI – questo era d’obbligo – nell’acqua alta.
Noi femmine potevamo limitarci a guardare l’esibizione, languidamente appoggiate al parapetto, mostrando il culo alle auto in corsa.
«Non è pericoloso», mi diceva Angela, la biondina paffutella niente male che di tanto in tanto sculettava sotto gli occhi di Artemio, che a novanta gradi cercava ostinato di riempire, anche solo di scandalo e disgusto, gli occhi vuoti della signorina Annalisa.
«C’hai mai parlato con Artemio?» La mia domanda non scompose la paciosa paffutezza di Angela:
«No».
La risposta sollevò la mia inquietudine. Cacciai fuori, con forza, l’aria dal naso: aria e goccioline di muco.
Artemio lo vedevo più in là, più in giù. Camminava lesto sugli scogli appuntiti, il cespuglio dei capelli alto sul cranio, le mutande blu due misure più grandi, le gambe magre e sveltissime.
Gli altri lo seguivano ciarlieri e saltellanti, dissimulavano così la paura.
Io guardavo. E sognavo.
E i sogni presto cancellarono la vista: niente più azzurro e nero di mari e scogli, ma fiori. E veli. E mani e bocche. Intrecciate. Sogni pesanti che ben presto ebbero il sopravvento sul parapetto arrugginito. Lo sentii cedere sotto il peso del mio corpo e dei miei sogni, che alleati e complici lo sfondarono con la stessa veemenza di chi batte e atterra il nemico.
Mi libravo sull’azzurro dell’acqua ad afferrare il cespuglio nero e familiare. Me lo sentivo sul palmo, mi graffiava la pelle come quando si afferra un rovo spinoso per raccoglierne le more.
Angela urlava più su, la sua voce mi cadeva sulla testa sfondandomi la calotta cranica. Solo l’urlo sentivo.
E poi basta.

Non camminerò più.
In compenso Artemio, dopo aver mostrato il culo alla signorina Annalisa, guarda verso la mia finestra, sorride e arrotola a mezz’aria il dito indice.
«Dopo», dico. Dopo aver fatto il bagno tra gli scogli nell’acqua alta, verrà a salutarmi.
Artemio non parla, è sordomuto, però ride e scrive cose carine su pezzetti di carta che poi ingoia dopo una lenta e attenta masticazione.
Fa girare il dito indice sulla guancia.
«Buono!», dico.
Lui fa di sì con la testa cespugliosa.

Mio padre adesso lavora di meno, e gioca di più a tressette con gli amici. I soldi dell’assicurazione sono stati una manna dal cielo.
Artemio non mi sposerà, è “uomo”, non va a messa la domenica ma ama Andrea, un muratore di vent’anni.
Il prossimo giugno il mio Artemio sarà maggiorenne, allora andrà via di casa, andrà a vivere col suo amore che è messo bene coi soldi e “c’ha la casa di proprietà”.
“Sarò la sua buttana. Solo suo”, ha scritto su un foglietto che poi ha inghiottito, senza troppo masticare, mentre, forse, gli scappava una lacrima.
Forse.

Angela viene spesso. Trascina a fatica la carrozzina giù in cortile, poi aiuta mia madre a trascinare me giù in cortile fin sulla carrozzina. Cammina per ore spingendomi davanti a sé. Chiacchieriamo.
Lei chiacchiera.
Poi vengono i sogni e smetto di ascoltare.
Mi si svuotano gli occhi. Assomiglio ogni giorno di più alla signorina Annalisa.
Ma lei cammina.
Almeno lei cammina!

© Eveline Amari

 

Eveline Amari è nata a Caltagirone, dove vive e lavora come insegnante nella scuola elementare. Appassionata di letteratura e poesia, ha avuto qualche esperienza di sceneggiatrice teatrale di opere per bambini e ragazzi. Pur scrivendo molto e da tanto tempo, ha sempre utilizzato la scrittura soprattutto come momento intimo e introspettivo.

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