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I complici

Uomini complici della fine del mondo

“Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa.”
(Dante Alighieri – La Divina Commedia, Inferno)

Questa storia riguarda tutti noi, noi silenziosi spettatori del mondo, che solo la misericordia di Dio potrà un giorno perdonare.

Sono nato in una notte di San Lorenzo, in un piccolo comune ai piedi delle Alpi, pochi minuti dopo mio fratello Lucio, che anche in questo ha saputo sopravanzarmi.
Chi come noi ha conosciuto nell’infanzia il profumo intenso dell’erba, la limpidezza delle acque e dei cieli tersi di montagna, e la folle gioia delle corse a rompicollo nei prati non dovrebbe faticare più di tanto a immaginare e a capire il paradiso. Ma il tempo passa in fretta, e si resta bambini troppo poco.
Così accadde anche a noi in una calda mattina di primavera, quando una slavina si portò via d’incanto i nostri genitori, due brave persone che ci amavano entrambi teneramente. Avevamo per fortuna già compiuto vent’anni, ma non eravamo davvero mai cresciuti.
Eppure, già prima di allora, le nostre strade si erano in qualche modo divise. Io trascorrevo le giornate nei boschi, solitario, silenzioso e schivo, negato per gli studi e per nulla attratto dalla vita di città. Mio fratello, al contrario, attivo, esuberante ed estroverso, aveva già inanellato una lunga serie di successi, frequentava l’università e rientrava tardi la sera.
La morte dei nostri genitori ci colse entrambi impreparati, e ciascuno reagì a suo modo. Io rimasi, avvinghiato ai ricordi, protetto dalle mura domestiche, dalla malinconia dei tramonti, dal ripetersi dei gesti quotidiani e dalla sicurezza di un impiego alle Poste che la carità di un conoscente seppe rimediarmi. Mio fratello, da par suo, partì invece alla conquista del mondo.

Trascorsero tre anni senza una sua notizia, una telefonata, una lettera, tanto che cominciai a pensare che gli fosse accaduto qualcosa. Finché un pomeriggio, nel giorno di San Lorenzo, come se nulla fosse, mentre stavo verniciando il cancello di casa, Lucio mi ricomparve davanti più allegro e pimpante del solito.
«Buon compleanno, fratello! Come te la passi? Serve una mano?», chiese facendo capolino dall’abitacolo di una Porsche nera, tirata a lucido per l’occasione. Era ingrassato e invecchiato leggermente, ma atletico e curato come sempre. Indossava un foulard di seta blu sopra un’impeccabile camicia rosa, occhiali da sole all’ultima moda, e un cronografo sportivo in acciaio e cuoio al polso insieme a un braccialetto d’oro: tutta roba di gran marca, ovviamente. Poi scese, e si fermò fino al mattino dopo, raccontandomi di sé per l’intera notte.
Quella volta l’emozione fu così grande e intensa per entrambi che salutandoci c’impegnammo a rivederci tutti gli anni almeno nel giorno di San Lorenzo, e iniziammo a scriverci e a sentirci spesso al telefono in molte altre occasioni.
Da allora, Lucio cominciò a mandarmi anche dei soldi. Pochi, all’inizio, in verità, forse per non offendermi, e con la scusa di contribuire alle spese di manutenzione della casa, che dopo tutto era anche sua. Poi, negli anni successivi, sempre di più, tanto che avrei potuto smettere di lavorare.
«Quanto ti serve?», mi chiedeva al telefono. «Dai, non fare il prezioso, fratellino! Lo sai che mi fa piacere…» Io dicevo una cifra, e lui, immancabilmente, mi mandava più del doppio. Con gli anni arrivai a non sentire più alcun imbarazzo, e a ritenerlo quasi un tributo, una sorta di compensazione del destino per la mia vita così insignificante e quel fratello tanto di successo.
Lucio, nel frattempo, era diventato un uomo ricco, conosciuto e potente, una specie di celebrità nazionale e mondana. Compariva spesso in televisione, vestito con eleganza, sempre in compagnia di belle donne e col suo accattivante sorriso dipinto sul volto. Se ne occupavano anche i giornali, e la stampa rosa, in particolare, che lo considerava uno degli scapoli più intriganti e ambiti d’Italia per l’aura di mistero che avvolgeva la sua storia e le oscure origini della sua fortuna.
Io leggevo tutto e avidamente di lui, con orgoglio, splendendo di luce riflessa, e pensando che in fondo, per quanto così diversi, eravamo pur sempre fratelli gemelli, partoriti dallo stesso ventre e allevati alla stessa tavola, anche se, sfortunatamente per me, soltanto eterozigoti.

Così gli anni passarono, e venne quell’ultima notte di San Lorenzo.
C’eravamo ritrovati come sempre a festeggiare da soli nella nostra vecchia casa, con il suo giardino fiorito e l’antico pozzo ai piedi delle Alpi, ancora bellissima ai nostri occhi, per quanto ormai un po’ isolata e cadente nonostante la continua manutenzione. Era già quasi mezzanotte e avevamo forse alzato il gomito un po’ più del solito.
Lucio aveva di recente vinto l’ennesima scommessa, candidandosi all’improvviso alle elezioni regionali e stracciando il malcapitato avversario diretto con oltre una ventina di punti di scarto. Anche gli affari gli andavano a gonfie vele: aveva azzardato un paio d’anni prima alcuni investimenti in piena recessione e ora che il mercato era in ripresa stava facendo soldi a palate. Nel frattempo, tre ristoranti di sua proprietà erano stati inseriti con ottime valutazioni nella Guida Michelin e in quella del Gambero Rosso. Infine, un mese prima, si era lasciato con l’ultima amante, aveva agganciato attraverso un amico un giro di modelle e non aveva da allora più dormito una sola notte nel suo letto. Tutto questo, insieme al vino, lo aveva reso particolarmente euforico e loquace.
Io, come al solito, lo ascoltavo incantato, lo guardavo rivivere e mimare le avventure, ridevo a ogni battuta e lo incalzavo di continuo con applausi, grida e richieste di bis come il pubblico in visibilio davanti a un grande attore.
Lucio, da par suo, non si faceva pregare. Ogni tanto si fermava a riprendere fiato, si riempiva la bocca di cibo, tracannava un bicchiere di vino, e a sua volta, per farmi piacere, si profondeva in lodi sperticate sulle mie qualità di anfitrione, perché, come amava ripetere secondo la sua filosofia, “Per uno che cucina bene, ce ne sono dieci che mangiano ancora meglio!”.
«Ma come fai? Come fai!», esclamai ad un tratto ridendo mentre servivo il dolce. Gli avevo già fatto quella domanda milioni di volte in passato, ricevendone sempre in risposta spiegazioni strampalate o evasive, se non addirittura espliciti inviti a lasciar perdere. Ma quella sera, Lucio aveva davvero bevuto troppo.
Si sporse verso di me attraverso il tavolo, si schiarì la voce, strabuzzò gli occhi come quando da bambino ne diceva una grossa, si portò l’indice della mano destra davanti al naso, poi mi fece cenno di avvicinarmi e mi sussurrò all’orecchio:
«Ma cosa credi? Che sia fuorimoda?… Ho fatto un patto, un semplice patto scellerato; che ci vuole? Ho venduto l’anima al Diavolo!».
«Ma dai!», risi io allontanandolo con un gesto della mano. «Dopo tutti questi anni ti burli ancora di tuo fratello!»
«Se ti sembra un gioco… È che io, a differenza di voi altri, l’anima non l’ho venduta a un povero diavolo, ma a un Diavolo con la “D” maiuscola: a Satana in persona! E Satana è uno che certi patti li rispetta. E bene anche!»
«Ma finiscila, dai! Che dici? Sei ubriaco?… Altri? Quali altri? Non ci sono che io davanti a te, e non so proprio niente di diavoli e di patti! Anzi, già che ci sei, perché non mi spieghi come fare? Perché non mi dai lezioni? Non ti pare che ne abbia un poco bisogno?»
«Scherzi, eh? Non ti piace l’argomento, di certe cose è meglio non parlare. Tu sei identico a me, non fingere di non capire. Non ho proprio nulla da insegnarti che tu non sappia già!»
«Che cosa?… Ma allora sei proprio partito! andato del tutto di testa. Ma guardaci! Al mondo non si sono mai visti due più diversi di noi, altro che identico!»
«Tu dici, eh? È per questo che accetti i miei soldi, che ascolti a bocca aperta tutte le mie storie…»
«Cosa, cosa? Ora stai decisamente passando il limite, non sei per nulla divertente! Ti ascolto perché sei mio fratello, e ti voglio bene, nonostante tutto… Quanto ai soldi li prendo, è vero, ma perché ne ho bisogno, e magari mi fanno anche comodo, sicuro! Ma certo non so come li fai!»
«Ah, non lo sai, eh? Povero, ingenuo, fratello! Non lo sai. I nostri genitori ci hanno lasciato solo debiti, io sono ricco sfondato, ma tu non lo sai! Non sai darti una spiegazione. Bene, fratello, lascia allora che ti dica due cosette, due cosette soltanto della vita.
«Primo. Per uno che diventa ricco per davvero, ce ne sono altri mille – mille capisci? – che rubacchiano negli angoli delle strade, delle case e degli uffici, e milioni nelle stesse strade, case e uffici che crepano di fame e d’invidia! Mi segui?
«Secondo. Per uno che va a puttane, ce ne sono altri mille che spiano dai buchi delle serrature, e milioni che si masturbano nei cessi!
«Ora hai capito, fratello, chi sono gli altri?»
Rimasi là stordito in silenzio, a bocca aperta, senza sapere che fare, sopraffatto dalla violenza delle sue ultime parole. Dunque Lucio non scherzava, e non era ubriaco: c’era una logica perversa e feroce in quanto stava dicendo. Tentai una risposta:
«Non so come hai fatto i soldi, e a questo punto poco m’importa! Ho pena per te se non li hai guadagnati onestamente. Ma dimentichi altri milioni di persone al mondo che vivono ogni giorno come me del proprio lavoro e non temono di guardarsi allo specchio ogni mattina. Ed è per questo che non ti assomiglio!».
«Eh no, caro fratello! Non è così semplice, io non dimentico proprio nessuno! Il mondo è pieno di perdenti che aspettano un vincente da invidiare e da votare. Come credi che abbia vinto alle elezioni? Pensi che fossero tutti amici miei? Pensi che mi abbiano votato tutti in buona fede? No davvero! La verità è che io mi sono venduto tutto in un sol colpo in cambio di una grande fortuna, mentre voi… voi vi vendete ogni giorno pezzo a pezzo per nulla, tra marchette, pentimenti e illusioni! Questa è la sola, cruda realtà. Nient’altro!»
«Stai facendo di ogni erba un fascio, non sai più che mi dici, non sai neppure tu dove vuoi arrivare! Perché questa sera non può essere come tutte le altre? Perché dopo anni tiri fuori questa storia solo adesso?»
«Perché, perché, perché! Non sai far altro che chiederti perché. Eppure la risposta è così semplice, così banale! Perché c’è un principio e una fine. Perché prima o poi tutti i nodi vengono al pettine. Perché il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Ecco perché! Ma te le faccio io, ora, le domande, mio caro fratello! Vediamo un po’…
«Quando eravamo tredicenni, chi andava a comprare nelle edicole certe rivistelle non proprio da educanda? Rispondi!… Io, naturalmente! E vorresti farmi credere che tu non le hai mai guardate, vero? Che non ci hai mai dato neppure un’occhiata!
«E quei barboni, zingari, accattoni, pezzenti senza patria, allora? Quelli che ci ritrovavamo in casa all’improvviso, e i nostri amati genitori, così buoni e gentili, coprivano sempre di attenzioni. Te li ricordi quelli? Chi li ha mandati via, una notte, riempiendoli di botte con i propri amici fin quasi ad ammazzarli, eh? Rispondi!… Io, naturalmente! Ma non ricordo una tua sola parola, un misero tuo gesto in loro aiuto! Tu sempre così premuroso, tu così bravo cristiano!…
«E quella volta che papà mi ha pescato col suo portafogli in mano a rubare per te? Che mi ha chiuso in casa per un mese intero? Hai dimenticato anche quella?»
«Basta, basta! Ho capito! Falla finita!», gridai esasperato: «Ti sei venduto l’anima e adesso sei venuto a riprenderla, ma mi dispiace, hai sbagliato indirizzo. Io non ci casco! Non tentare di coinvolgermi!».
«E no, mio caro fratello! Te lo ripeto, non è così semplice. Perché tu, camminando su questa terra, puoi al massimo schiacciare qualche formica, mentre io, in certi momenti, potrei distruggere il mondo intero con un gesto, se solo volessi!»
Restai di nuovo là in silenzio per un lungo attimo, stravolto e incredulo a quell’ultima uscita. Ma poi scoppiai in un’improvvisa, sonora, beffarda e sprezzante risata liberatoria:
«Lo sapevo! Sei matto da legare, sei uscito di senno! Il successo ti ha dato alla testa!», esclamai.
Quindi lo guardai ancora, ridendogli in faccia, e schernendolo aggiunsi:
«E dimmi. Ci scommetteresti?».
Fu la volta di Lucio ad ammutolire. Si lasciò andare di colpo sulla sedia esausto, come se tutta quella folle energia lo avesse d’un tratto abbandonato. Poi mi osservò a lungo pensieroso in silenzio, con una profonda tristezza negli occhi, scuotendo a tratti il capo come se non trovasse le parole.
«Al diavolo!», esclamò infine, allontanando stizzito il piatto del dolce con una manata. Quindi si alzò e uscì di casa sbattendo la porta.
Non lo raggiunsi subito. Rimasi ancora in sala per pochi minuti, sparecchiando la tavola e cercando di recuperare un minimo di calma.
Non capivo perché Lucio si fosse avventurato in quei discorsi, ma poco m’importava, in verità; del resto, il senso del limite era sempre mancato a mio fratello. Quanto a me, in qualche modo per una volta avevo avuto la mia vittoria, e la prima rabbiosa reazione stava lasciando il posto a una strisciante e sconosciuta euforia che volevo assaporare fino in fondo. Sentii il sudore imperlarmi la fronte e scendermi piano lungo la schiena: l’emozione, forse. Poi mi decisi e uscii nella notte.
Fuori il cielo era di un buio cupo, quale mai l’avevo visto, e lontano si scorgevano deboli luci; sembravano fuochi. L’aria si era fatta densa e calda, insolitamente acre e oppressiva anche per una notte di mezzo agosto. Appoggiato all’orlo del pozzo mio fratello mi dava le spalle, assorto nei propri pensieri.
Guardai in alto, e vidi cadere la prima stella, poi un’altra, poi un’altra ancora. Quindi, all’improvviso, il cielo sopra di noi si fece ancora più incombente e cupo, gli uccelli cominciarono a strillare, e l’erba del giardino prese fuoco. Allora, finalmente, capii.
«Pazzo!… Che hai fatto?», urlai atterrito.
«Non che cosa ho fatto, fratello», rispose Lucio: «Ma cosa abbiamo fatto!… Guardati attorno! Guarda come abbiamo ridotto questo giardino!».
Poi si volse verso di me, irriconoscibile, ghignando e sbeffeggiandomi, mentre le fiamme ci avvolgevano:
«Avanti, fratello! Coraggio! Scommettiamo? La luna nel pozzo o il pozzo nella luna?».
Durò ancora un attimo, appena il tempo di un ultimo, strozzato respiro…
Che Dio perdoni tutti noi, silenziosi spettatori, complici del mondo!

 

© Mauro Anelli – Nuova Narrativa Italiana

 

Mauro Anelli
Mauro Anelli (pseudonimo) è nato a Milano nel 1963, si è laureato in ingegneria nucleare e ha lavorato per vent'anni nel settore delle telecomunicazioni, come impiegato, dirigente e consulente di direzione. Ha esordito in libreria nel 2008 per i tipi di Mursia con il thriller "Dossier Locusta", sul terrorismo internazionale, l'ingegneria genetica e le armi di distruzione di massa. Nel 2012 ha pubblicato con Zero91 "Il nido dei bastardi", storia all'arancia meccanica di tre balordi e dei loro tre preti in un paesino del Centro Italia. Nel 2015, stanco della carta e della cosiddetta "filiera del libro", ha fondato Nuova Narrativa Italiana, casa editrice indipendente che pubblica esclusivamente opere di narrativa di qualità di autori italiani in formato elettronico (ebook).

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