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La parete

La parete

Mi chiamo Giorgio Monti, e faccio il pittore.
I miei amici, e ne ho tanti, dicono che sono bravo, che ho il talento e la sensibilità dei grandi. Chi se ne intende mi giudica “astrattista”, o qualcosa del genere, ma a me non interessa, e si tratta per lo più di gente noiosa. Grazie al cielo sono ricco, e posso fare a meno di loro e delle loro lusinghe sui giornali.
Un mattino di qualche anno fa mi sono guardato con occhio critico allo specchio del bagno (l’umanità intera si gioverebbe del diffondersi di questa abitudine): considerati i pochi capelli rimasti e altri indizi di senescenza, ho chiuso per sempre il capitolo “gonnelle e auto veloci”. Il giocatore esperto sa quando è ora di lasciare; ma il campione smette prima, per farsi rimpiangere.
Come avrete capito, la modestia non è il mio forte, ma quanto a dipingere davvero me la cavo. Da quel mattino l’arte mi ha regalato le soddisfazioni maggiori, e il solo problema che ancora mi assilla è come scialacquare l’eredità di mio padre, dato che sono scapolo, senza figli e senza alcuna disposizione per il mecenatismo e per le opere di carità. Un giorno di questi, forse, mi ritirerò in una faraonica villa, dando una festa o un banchetto alla settimana, con buona pace di mio padre e di tutti coloro che fanno del denaro lo scopo della vita.
Intanto mi godo la mia pittura, e vivo come un modesto impiegato in un condominio di periferia. Mi piace la gente comune, il suo vivere essenziale, e sentirmela accanto mi procura un piacere stupito, come di bagno purificatore e di ritorno alle origini. Anche i miei quadri mi piacciono, mi ricordano momenti densi d’ispirazione ed euforia, e a volte mi abbandono delle ore a contemplarli. Alcuni li regalo (e subito me ne pento). Quelli che mi restano adornano le pareti delle mie stanze, e durante la giornata le trasformano in arazzi di colori iridescenti.
L’unica spoglia, così austera nel suo biancore verginale, è una parete del soggiorno tanto sottile che temo di piantarvi i chiodi. È una scusa, in verità: la parete è così ampia e invitante che mi propongo di cavarne una tempera. Sottile però lo è, e, mi pare, anche mal progettata: è in comune col salotto dei vicini e ne trasmette gli umori con una fedeltà impietosa.
Loro, per fortuna, sono due brave persone, anche se da un po’ litigano spesso per via delle angustie economiche, e ci vorrebbe un sordo per non sentirli.
«Così non si può andare avanti!», fa lei cercando di darsi un tono, e, immagino, spalancando nel mentre quei suoi grandi occhi da bambina.
«Eh no, mia cara! Sei tu che non hai il senso delle proporzioni!», le rinfaccia lui, ammonendola, penso, con quel suo indice enorme.
Possono continuare per ore, con pretesti quali i buchi nei calzini o il troppo sale nelle minestre, profondendosi in ammirevoli sforzi di fantasia. Ma alla fine si riconciliano sempre, si perdonano e si baciano con molto trasporto, e qualche schiocco di labbra arriva fino a me attraverso il velo sottile della parete. Non di rado, a quel punto, la discussione si aggiorna in camera da letto, dove assume certo tutt’altra piega. Ma questo a me non interessa, e sono lieto che l’indiscrezione della parete si limiti al salotto.
Ogni tanto, verso le diciassette, i miei vicini vengono a prendere il tè da me e ci teniamo compagnia per una mezz’ora. Una volta, per caso, quando abitavo da poco nel condominio, ho dimenticato la porta di casa aperta e la signora ha avuto modo di vedere i quadri dell’ingresso. Da allora siamo amici, e non potrebbe essere altrimenti, dato che lei ha una sorta di fissazione per tutto ciò che è straordinario o anche solo inconsueto.
Proprio ieri sono venuti a farmi visita.
Lui è un tipo magro, scuro e nervoso, con due grosse mani da contadino, davvero sorprendenti per un professore di lettere del liceo. Lei è una bionda ben tornita, con carnagione bianco latte e occhi grandi, stupiti e inaspettatamente castani; lavora come commessa part-time in un negozio di calzature. Si chiamano Paola e Stefano, non hanno figli e per il momento non ne vogliono. Lui dev’essere sulla quarantina, a giudicare dal viso un po’ sciupato e da qualche sparuto capello grigio; lei, a mio avviso, non può averne più di trenta.
Li trovo simpatici, gradevoli e anche piuttosto intelligenti. Non fanno mai domande stupide tipo: «Cosa significa questo quadro?» o «Che genere di tecnica ha usato?». Si limitano a dire: «È bello; mi piace», oppure «Questo no: lo trovo troppo tetro», e altre osservazioni simili. E io me ne rallegro, perché sono riuscito nel mio scopo, suscitando in loro un’emozione; il che è poi il fine stesso dell’arte.
Dopo i soliti preamboli e complimenti, il discorso cade immancabilmente sulla parete bianca del soggiorno. La signora mi chiede cosa intendo farci, e se dall’ultima volta la musa ispiratrice ha visitato la mia casa. Ma, ahimè, è da un po’ che questo non accade, e io vivo “quella particolare attesa, gravida di tensione e impazienza, che precede in ogni artista l’atto creativo”. Questo, almeno, stando alle parole del professore, che alla seconda tazza di tè ama sfoggiare una certa eloquenza.
La realtà, purtroppo, è ben diversa, e vivo nel terrore di aver perso per sempre la mia buona farina d’artista, e di cadere da un momento all’altro in preda a una noia assoluta. Da mesi, ormai, non mi riesce di mettere assieme qualcosa di decente, e se non fosse per l’interessamento e la simpatia dei miei vicini avrei forse chiuso da un pezzo anche questo capitolo della mia vita.

Oggi, finalmente, ciò che ho tanto atteso è arrivato.
Non so se per gli altri artisti funziona allo stesso modo, ma in me è qualcosa che si scatena all’improvviso nelle viscere, come una fiamma che mi si accende dentro, vagamente simile all’eccitazione sessuale. Dapprima questa speciale energia mi scuote nel profondo, mozzandomi il respiro e togliendomi ogni capacità di reazione. Resto per un attimo stordito e incredulo, sorpreso di me stesso. Poi un’ansia e una voglia smisurate mi prendono, e finalmente capisco che devo subito dipingere, prima che il miracolo svanisca e io ritorni a essere quella poca cosa che sono. E così è successo anche oggi.
Stavo seduto in salotto, abbandonato su una poltrona, con la testa reclinata all’indietro e lo sguardo fisso al margine superiore della parete. Tutto quel biancore mi accecava e dall’impotenza mi sembrava d’impazzire. Ho socchiuso per un attimo le palpebre per non restare abbagliato, e proprio allora un brivido mi ha attraversato la schiena e ho sentito che qualcosa stava per accadere.
Oltre la parete, i miei vicini recitavano il copione quotidiano. Era uno dei soliti litigi, destinato come gli altri a risolversi in nulla, aggrappato come sempre ai più futili motivi. Ma questa volta qualcosa di nuovo e inizialmente di appena percettibile lo rendeva diverso. Più che un’impressione me ne maturava dentro istante per istante la certezza, e potevo ormai distintamente vedere che la parete VIBRAVA AL SUONO DELLE LORO VOCI!
Sì, non c’erano dubbi! Le onde acustiche s’irradiavano dal centro fino ai bordi della parete come generate dal lancio di un sasso in uno stagno, e tutto il salotto vibrava come un liuto nelle mani di un abile musicista.
Cielo! ricordo di aver pensato: Se potessi rappresentare nel colore tutta questa varietà di suoni!
Allora sono balzato in piedi, e sono corso nello studio a prendere i pennelli.

Da due settimane lavoro alla mia opera, e ogni giorno, quando i miei vicini danno i primi segnali e la discussione si anima, aggiungo alla parete una nuova nota di colore. L’emozione è grande, e mi sento un po’ come un esploratore che a ogni pennellata riveli nuovi segreti dello spettro del visibile e dell’udibile. In realtà, ormai, suono e colore in me più non si distinguono, e potrei giurarvi che quest’oggi l’intonazione della voce di lei ha un bell’aspetto verde smeraldo.
Ignari di tutto, i miei vicini continuano nei loro faticosi litigi, e la parete vibra e danza tanto che a volte mi è quasi impossibile dipingere. Non so e non m’interessa sapere perché mai mesi di noia e indifferenza siano scivolati via senza che nulla di simile accadesse; ma l’ansia e la fretta mi divorano, perché l’ispirazione dell’artista è un po’ come una finestra che si spalanca di colpo su una strada affollata, e non potete sapere quando il padrone di casa deciderà di richiuderla.
Così dipingo febbrilmente, e quando la parete tace resto immobile e teso come una corda di violino, pronto per la prossima occasione. Ma può capitare che un giorno intero trascorra nel silenzio, o che i miei vicini vengano a vedere il lavoro e involontariamente lo interrompano.
La signora ne è entusiasta, e afferma che il mio talento e la mia fantasia superano ogni immaginazione. Io ne sorrido, e penso dentro di me quale incredibile varietà di situazioni può originare la natura umana.
Poi, dopo l’usuale tazza di tè, i miei vicini se ne vanno soddisfatti e tornano al loro cimento casalingo. Allora sento la parete e il mio cuore fremere d’impazienza, e ripresi i pennelli mi rimetto all’opera.

Vedete quella macchia nera, in alto verso destra, là dove comincia la porzione ancora bianca di parete? Giorni fa, durante l’ennesimo litigio, il professore ha alzato le mani; e la mattina dopo, senza dir nulla, mentre lui ancora dormiva, lei ha fatto le valigie e se n’è andata.
Da allora qui tutto è finito.
Lui si agita dietro la parete, misurando avanti e indietro il salotto a grandi passi, e vi può capitare, a volte, di sentirlo piangere come un bambino. Ma l’incantesimo si è rotto, e la parete non vibra ai suoi singhiozzi.
Io me ne sto stravaccato in poltrona, la sigaretta che si consuma dimenticata nel posacenere e le mosche che mi si posano addosso indisturbate. Guardo inebetito la parete e quella macchia nera, sospesa come un punto a metà di una frase appena iniziata, e l’unico sentimento che mi riesce di provare è un’infinita pena per tutto quel girovagare e quell’affannarsi oltre il muro. Ma lui insiste senza tregua nella sua maratona, e chissà se nel frattempo trova un attimo per mangiare.
Così lo invito da me, specie di sera, quando so che è più solo, e ceniamo insieme in silenzio. È troppo distrutto per chiedermi del mio lavoro, e spesso mi fissa a lungo con due occhi spenti, improvvisamente vecchi, come a chiedermi di lei.
Io lo vedo così ossuto e stanco, e penso tra di me:
Amico, non disperare, perché ritornerà! Non senti di continuo i suoi tacchi picchiettare sulle scale? E la sua voce, dalle mille intonazioni, non ti chiama forse senza posa nel cuore della notte? Lei è già qui, è questione di un attimo, non può tardare! Tornerà per te, per i tuoi calzini rotti e quel tuo modo un poco stupido di guardarla mentre la desideri; e per quelle minestre, che da quando se n’è andata senti così insipide.
Tornerà, vedrai!
E un giorno, forse, di nuovo assieme, finiremo questo quadro delle nostre, meravigliose, solitudini.

© Mauro Anelli – Nuova Narrativa Italiana

 

 

Mauro Anelli
Mauro Anelli è nato a Milano nel 1963, si è laureato in ingegneria nucleare e ha lavorato per vent’anni nel settore delle telecomunicazioni, come impiegato, dirigente e consulente di direzione. Nel 2015 ha fondato Nuova Narrativa Italiana (NNI), casa editrice indipendente che pubblica opere di narrativa di qualità di autori italiani. Come autore ha pubblicato i romanzi “Dossier Locusta” (Mursia, 2008), “Il nido dei bastardi” (Zero91, 2012), e con NNI “L’Ultimo Reality”, “Romanzo al femminile”, “Gli efferati” e “Il segreto di Kennedy”.
  1. Allebasi

    Note di colore nei sentimenti ed emozioni trasferite nel dipinto abbagliante !!!!complimenti un lavoro unico esemplare ,non riuscirei a copiarlo pur volendo……

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