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Silenzi in camera da letto

Silenzi in camera da letto

Mia mamma morì nel suo letto, una mattina d’inverno prima dell’alba. Il letto è cambiato ma la stanza è la stessa. Ora in quella stanza ci dormo io.
Mia mamma è morta in grazia di Dio. Aspettai che tornasse mia sorella da un viaggio e la seppellimmo nel piccolo cimitero dov’era nata: un paesino di montagna tra gli appennini romagnoli. Il terreno dov’è stata scavata la sua fossa era gelato.
Una volta rimasta sola, ho sentito un senso di abbandono e di sconfitta, come se la vita, andandosene, avesse lasciato una cavità vuota nel mio corpo.
Prima di addormentarmi, in questa stanza, immagino i vermi sul fondo dell’oscurità della fossa, che si contorcono silenziosi e la divorano.
La prima notte senza mamma fu lunga e penosa. Sentivo un senso di abbandono e di sconfitta: ogni speranza era alle spalle, così mi pareva. La sognai viva: mi chiamava dalla sua stanza, adesso mia, ma non la sentivo. E poi c’era mia sorella, nel sogno: lei l’ascoltava e le rispondeva.
Da allora non l’ho sognata mai più. E il senso di abbandono e di sconfitta è stato ancora più profondo.
Il pensiero della morte, piano piano, lasciò questa stanza da letto e io ripresi la mia solita vita. Raccolsi le sue cose, abiti, scarpe, lenzuola, coperte, e le regalai. Poi bruciai dei rami di alloro. Così mi consigliarono le sue amiche di fare.
Passarono le settimane, i mesi e gli anni. La vita andava avanti così.
Ma questa notte terribile, in questa stanza, non riesco a chiudere occhio. Il pavimento trema; l’enorme armadio a sei ante di noce antico sembra crollarmi addosso; il comò rococò bisticcia con il televisore a trentadue pollici; e la lampadina del vecchio applique non si accende. Io, seduta nel letto, ripiegata su me stessa, sorda, muta, disperata, piango. Piango senza più speranze dietro di me.

Una mano si appoggia sulla mia spalla.
Mi volto.
In piedi, bella e forte come in vita, mia mamma.
Mi accarezza la testa e dolcemente mi dice:
«Sii felice, figlia mia».
Felice come quando da bambina giocavo per strada con la mia compagna inseparabile, la mia bambola Carolina dai lunghi capelli bianchi e dalla piccola bocca rosso fragola. O come quando facevo la guerra dei cuscini con mia sorella più grande, pur sapendo che mamma non voleva.
E appena la maniglia della porta scattava, mi nascondevo sotto le coperte facendo finta di dormire, e allora sentivo la mamma dire a papà: «Fai piano», e sapevo che nel dirlo volgeva lo sguardo verso la mia camera.
Mamma e papà poi entravano nella loro stanza, e richiudevano dietro le loro spalle la porta.
Mamma iniziava una lenta svestizione, appoggiando in maniera maniacale ogni singolo indumento in perfetto ordine sulla sedia. Papà, nel frattempo, si spogliava di fretta, seminando i suoi abiti sul pavimento.
Lui non ricordava più la loro prima volta, quando i loro corpi erano stati spogliati dall’altro con passione. Eppure, come in un rito magico, ogni sera si avvicinava e le sfiorava appena la schiena. Il rispetto aveva preso ormai il posto dell’amore.
Lei indossava una camicia da notte, si sedeva davanti allo specchio sul vecchio comò e iniziava a spazzolarsi i lunghi capelli, che lasciavano intravedere l’età matura. Un cerimoniale che eseguiva da oltre trent’anni. Mentre si spazzolava i capelli, si isolava con i suoi pensieri.
Papà allora andava in bagno a lavarsi i denti e a reprimere il rancore. Dal bagno riusciva a vedere quando lei andava a coricarsi. Rientrava in stanza e io lo sentivo chiederle:
«Posso spegnere la luce, cara?».
Mentre lo chiedeva, mamma aveva già acceso la sua piccola lampada, si era aggiustata per bene il cuscino e si era messa a leggere uno dei tanti libri che giacevano sul suo comodino.
Papà andava in cucina con la scusa di bere un bicchiere d’acqua. Ne portava uno anche a lei e lo appoggiava sul comodino. Poi veniva in camera mia, mi baciava in fronte, mi rimboccava le coperte, e in punta di piedi andava a letto. Negli anni era diventato bravo a entrare nel letto senza scomporlo, in maniera ordinata e silenziosa, come il loro matrimonio.
Papà chiudeva gli occhi e si lasciava cullare dai ricordi lontani. Solo così si addormentava.
Mamma leggeva sino a notte tarda, e poi, come ogni sera, prima di spegnere la luce, lo contemplava alcuni minuti nel silenzio di quella camera da letto.
La stessa in cui adesso io sento la sua presenza.

© Milena Privitera

 

 

Giornalista, laureata in lingue e letterature moderne, Milena Privitera ama molto leggere i classici della letteratura inglese e francese, e scrivere i suoi pensieri e le sue riflessioni in piccoli notebook colorati.
  1. Cosimo Greco

    Racconto molto bello, intimo e delicato. Complimenti.

  2. Luciana B

    Bello e commovente.
    Lascia dietro di sé una scia che profuma di tempo e di ricordi familiari.

  3. LordSilvius

    Toccante. Complimenti.:

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