Logo per esteso di Nuova Narrativa Italiana

La chiromante

Lo zodiaco del destino

La ragazza era salita sul tram alle 8.00 in punto, alla fermata davanti all’ingresso della Villa Comunale all’altezza di San Pasquale a Chiaia: linea 1 Poggioreale-Bagnoli. Era stanca e intontita, non aveva chiuso occhio, aveva la mente persa fra pensieri, ricordi, lacrime amare cariche di rimpianto, singhiozzi accorati per un dolore sordo, ingovernabile. Il vuoto che sentiva dentro era una voragine.
La carrozza era semivuota: di spalle s’intravedevano un ragazzo dai capelli scuri e ricci, trasandato, che sembrava addormentato sul sediolino con la testa appoggiata al finestrino ed una signora non più giovane ma curata, dal viso sorridente, che sembrò accennare un gesto di saluto.
L’aria del Cimitero Monumentale di Napoli era intrisa del marciume dei fiori, sapeva di sporcizia, di disfacimento e l’acqua piovana scorreva lungo stretti rivoli ai lati della strada, incanalandosi lungo le fessure del selciato e ristagnava nelle buche che costellavano il manto stradale.
Le venne in mente un film horror, le sembrò di vedere scheletri di dita umane fuoriuscire dalle pozzanghere, mani che le si avvinghiavano alle caviglie attraverso il fango.
Passò un cane, strusciò sulle sue gambe nude elemosinando una carezza, poi andò via.
Il cimitero era deserto, ben diverso dall’affollato grigiore del giorno precedente, forse ancora più triste, se una più grande tristezza poteva essere anche solo immaginata. Proprio lì avevano seppellito sua madre.
Davanti alla cappella di famiglia Francesca notò l’anziana signora, quella del tram, indaffarata a cambiare l’acqua ai fiori. Ogni tanto alzava la testa e la osservava, di sottecchi, con falsa disinvoltura. Fu un attimo di distrazione, poi il dolore si impossessò nuovamente della ragazza, che sentiva di essere ad una svolta fondamentale della sua vita. Tanti pensieri nella testa, ancor più sentimenti nel cuore, un dolore allo stomaco che sembrava volesse stritolarla ed una confusione, una gran confusione. Non era soltanto la nuova terribile esperienza della grande mancanza, ma la nebbia fitta che si profilava lungo la strada che portava al futuro, al suo futuro. Erano crollate tutte le sue certezze. Ed ora? Si sentiva davvero persa.
Improvvisamente, una voce dal tono caldo risuonò alle sue spalle: «Francesca, non piangere, ce la farai, devi soltanto farti forza».
«Lei mi conosce? Ma chi è?» rispose la ragazza, voltandosi di scatto.
«Conoscevo la tua mamma, la incontravo qui quando veniva a trovare i tuoi nonni, mi parlava sempre di te. Non la vedevo da tempo, poi ho saputo… Mi dispiace molto.»
«Anche a me.»
La donna le accarezzò i capelli, con dolcezza: «Ce l’hai il fidanzato?» le chiese.
«Sto con un ragazzo» rispose Francesca, un po’ seccata …vecchia impicciona pensò.
L’anziana donna sembrò fare uno sforzo di memoria, le sfuggiva qualcosa. Doveva essere una storia passeggera, una delle tante. Ai suoi tempi, nel suo presente, le relazioni sembravano diventate più stabili, più intense o, almeno, così le venivano raccontate. Del passato poi, ricordava poco, il viaggio era stato disastroso in questo senso: le aveva sovrapposto i ricordi, qualcuno addirittura era stato cancellato. Ma non si sarebbe persa d’animo.
Il viaggio? Sì, la signora Franca aveva viaggiato nel tempo.
Aveva vissuto in quel tempo da giovane, in quello stesso tempo che ora le veniva consentito di visitare, solo per poche ore e senza creare interferenze. Così dicevano le regole che le erano state imposte e che era intenzionata a violare senza alcuno scrupolo.
La donna si era resa conto che, col passare degli anni, è facile perdere la percezione dei sentimenti, il senso del tempo che scorre veloce, gli odori e i sapori legati a ciò che senti come più caro. La vecchiaia ti porta a rivedere e ripensare tutto: il senso del giusto e dell’ingiusto, la bellezza, i sogni e le aspirazioni più segrete ed intime. C’è solo una cosa che rimane indelebile: il ricordo della sofferenza, la percezione del dolore che è stato. Quello no, non si cancella: resta scolpito lì, fra i neuroni, a segnare per sempre la memoria di vecchie cellule stanche, che trattengono i ricordi più brutti, infelici, crudeli.
La felicità è una foglia leggera e se la porta via il vento, proprio come i petali vermigli delle rose sbocciate.
Nelle profondità dell’encefalo dell’anziana donna invece, nell’intrico delle membrane pre e postsinaptiche, i neuroni raggiunsero un accordo, trasmettendone la riuscita a tutti gli altri. E lei, di quei terribili giorni, si rese conto di ricordare soltanto il dolore profondissimo, la sofferenza intollerabile. Tutto il resto era cornice.
Pianse.
Pianse perché capì l’inutilità di quel viaggio assurdo.
Pianse per tutto ciò che aveva sofferto e che avrebbe continuato a soffrire.
Pianse perché capì che non avrebbe potuto cambiare nulla, e sarebbe tornata nel suo tempo senza modificare una sola virgola del suo passato. O no? Decise all’istante che un tentativo l’avrebbe fatto.
Si sforzò di ricordare altro di quel periodo: piccoli bocconi di vita deglutiti in fretta, senza assaporarne a fondo né la dolcezza né il retrogusto amaro. Erano i bocconi dell’adolescenza.
Pian piano capì come agire, era sempre stata una ragazza intelligente!
Francesca era disorientata, ma provò un’intensa tenerezza per quella donna dolce e sensibile. Sedette accanto a lei. Franca si voltò: «Vuoi conoscere il tuo futuro? Io so leggere la mano, me lo insegnò una vecchia zingara, sono brava sai!».
Francesca sorrise: «Va bene» ed aprì la mano sinistra porgendo il palmo alla donna.
L’intreccio di linee di quel palmo, assolutamente insignificante e comunque incomprensibile, si rivelò grande fonte di ispirazione per una serie di precognizioni, indicazioni, suggerimenti, e Franca diede davvero il meglio di sé nel tentativo di sviare quella dolce ragazza da tutte le insidie e i dispiaceri che la vita aveva accuratamente predisposto sul suo cammino verso il futuro. Fu categorica quando le disse di scappare via da quella città, alla morte di suo padre (che sarebbe avvenuta di lì a tre anni, ma questo Franca lo tenne per sé), per evitare un matrimonio fallimentare e doloroso, la perdita di un figlio in un tragico incidente, la malattia e la morte di un’altra figlia, in tenerissima età. Era stata provata duramente dalla vita, la vecchia, stanca Franca dall’aspetto garbato e sereno ma con un vero inferno nel cuore. Ora, informando se stessa di ciò che le sarebbe accaduto, avrebbe davvero evitato tanti e tali dolori? Non lo sapeva, aveva fatto soltanto un tentativo.
Lasciò Francesca lì, nel vecchio cimitero ed andò via senza voltarsi, dopo averle posato un bacio sulla fronte: un bacio dolcissimo e amaro nello stesso tempo. Un bacio intriso di lacrime e di ricordi. Un vecchio cane la seguì, lungo la strada che la riportava al suo tempo.

Quando Franca riaprì gli occhi ricordava tutto, perfettamente. Il dottor Rossi era accanto al suo letto, con quattro infermiere, tutte giovani e graziose. Una flebo continuava ad immetterle sostanze sconosciute nel sangue ed una serie di elettrodi le pizzicavano la pelle ma la donna si sentiva meglio, decisamente meglio.
«Allora signora Franca?» le sorrise il giovane psichiatra. «Com’è andato il viaggio?»
Franca sorrise.
Dopo soltanto pochi giorni la donna era seduta nel letto a raccontare a tutti la sua esperienza: «Sono riuscita a cambiare il mio destino» affermava soddisfatta concludendo il lungo resoconto.
Ma soprattutto, Franca non faceva più alcuna menzione alla sua vita, alle sfortunate vicende di donna e madre che l’avevano caratterizzata. Aveva cancellato i ricordi dolorosi che l’avevano afflitta da sempre, che la facevano urlare e singhiozzare tutte le notti, da tanti anni ormai. Senza tregua, senza rimedio.
Per questo motivo i sanitari avevano provato con una “terapia d’urto”, una cura rivoluzionaria, mai applicata prima, una terapia crudele forse, troppo crudele, eppure apparentemente efficace.
Il referto dello psichiatra fu entusiastico e quell’esperimento divenne un “Caso”, studiato per anni ed assurto ad esempio emblematico di rara guarigione da una sindrome psicotica devastante.
Erano riusciti ad ingannare il suo cervello attraverso sogni “indotti”, esperienze realistiche oltre ogni immaginazione.
I medici avevano sfruttato la passione della donna per la fantascienza ed un suo sbiadito e probabilmente falso ricordo: una donna dal suo stesso nome il giorno della morte di sua madre le aveva letto la mano e fatto strane raccomandazioni sul suo futuro. Raccomandazioni che lei non aveva ascoltato.
Ora invece, Franca era profondamente sicura di essere riuscita nell’impresa di modificare la sua vita passata. Sapeva di aver aggiunto qualcosa in quel terribile racconto: particolari, piccoli ma significativi dettagli che avevano certamente catturato l’attenzione della giovanissima Francesca. Pian piano cominciò a ricordare e raccontare di anni trascorsi in Argentina, di viaggi, di una vita felice e spensierata.
Nella casa di riposo, dove Franca trascorse gli ultimi anni della sua vita, la sua attività quotidiana era di leggere la mano a tutti: ai coinquilini, alle badanti, alle cameriere. Sempre accompagnata dal vecchio cane Billy, inseparabile bastardino, conosceva tutti, e tutti la ascoltavano rapiti: era davvero brava nel dare consigli, nell’inventare storie. Era simpatica e allegra.
La chiamavano tutti “la Chiromante”.

© Silvana Maroni

 

Silvana Maroni insegna Scienze Naturali in un liceo di Napoli. Scrive da sempre racconti, di genere fantasy o fantascienza. Ama la sua città, la natura, l’astronomia.

Rispondi / Commenta