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Pakistan coffee Rome

Pakistan coffee Rome

Un mattino, al risveglio da sogni tormentosi, Gregorio Smicca si ritrovò nel suo letto trasformato in un pakistano.
La prima cosa che vide fu la sua mano destra di colore olivastro poggiata come un ragno dormiente sul biancore angelico del lenzuolo. L’aprì e la richiuse, e la cosa gli provocò un moto di disgusto: sembrava il prolungamento viscido di un corpo estraneo. Chiuse di nuovo gli occhi. Immagini confuse, colori, rumori si rincorsero ancora per pochi istanti nella sua mente. Quando li riaprì, il ragno era ancora là, stavolta più vicino, in cima al suo torace.
Lentamente si alzò dal letto e si avvicinò allo specchio sistemato accanto all’armadio. Ciò che vide lo lasciò inorridito. Quello riflesso nello specchio non era lui, non poteva esserlo! La pelle mulatta, praticamente nera, i capelli folti e scurissimi (questa, dopotutto, non era proprio una sventura: la sua incipiente calvizie ne aveva guadagnato) e una diffusa peluria non lasciavano adito a dubbi: Gregorio Smicca non era più Gregorio Smicca, ma uno straniero che aveva preso possesso del suo corpo.
Si sentì sudicio. Annusò i propri vestiti, e subito un gran puzzo di cipolla e spezie lo travolse. Di nuovo chiuse gli occhi. Rimase immobile. Pregò con tutte le forze che, una volta riaperti, lo specchio gli restituisse la sua vera immagine, la sua pelle chiara, i suoi occhi celesti, perfino la sua odiata calvizie! Spalancò pian piano le palpebre, quasi sbirciandosi: lo straniero era ancora là.
In preda al panico, si vestì velocemente, e si precipitò fuori di casa. Aveva bisogno di respirare una boccata d’aria fresca, di uscire al più presto da quell’incubo a occhi aperti.
Per le scale urtò involontariamente un signore di mezza età che stava trascinando a fatica il peso della spesa.
«A Pakistà, e guarda dove vai!», lo apostrofò l’uomo.
“Pakistà”: pakistano. Lo avevano dunque identificato come un extracomunitario! Gregorio era sempre stato un razzista, anche se non avrebbe mai avuto il coraggio di ammetterlo. E il panico lo travolse. Saltò i gradini a grandi falcate, poi varcò l’androne del palazzo: di certo alla luce del sole quell’incubo sarebbe sparito.
Come ebbe messo piede sul marciapiede, un gruppo di fruttivendoli bengalesi dall’altro lato della strada gli fece cenno con la mano, salutandolo festosamente.
Non era possibile, non poteva essere vero! Si fermò di fronte alla vetrina di un negozio, e vide ancora una volta la sua nuova, grottesca immagine riflessa. Ormai non vi erano più dubbi!
Chi poteva avergli giocato un simile scherzo? Come poteva essersi trasformato dalla notte al giorno in un essere tanto ripugnante? Lui era Gregorio Smicca, infaticabile lavoratore notturno, sempre il primo ad arrivare sul posto di lavoro, benché viaggiasse tutte le notti sul famigerato N1, l’autobus sferragliante più simile a un carro bestiame che sostituiva le corse effettuate dalla metropolitana nell’orario diurno.
Gregorio conduceva quella vita ormai da dieci anni, da quando era stato assunto come portiere di notte in un piccolo hotel nei pressi della Stazione Termini. Non avendo mai voluto conseguire la patente automobilistica, si era abituato all’utilizzo dei mezzi pubblici. Per raggiungere il posto di lavoro, ogni notte si svegliava intorno alle ventitré e trenta: una rapida abluzione, un caffè veloce, e poi giù in strada alla fermata dell’autobus, che puntualmente lo conduceva a due passi dall’hotel, dove dava il cambio a Onofrio, il collega del diurno, che trovava già sul punto di appisolarsi.
Mentre vagava per le vie della città, Gregorio passò di fronte a un locale che esponeva come insegna la scritta KEBAB, e venne assalito dalla voglia irresistibile di un panino arabo, lui che aveva sempre detestato quel cibo. L’odore di spezie esasperato, anziché nausearlo, ora gli procurava una fame profonda. Entrò nel locale e ne divorò addirittura due in pochi minuti, sotto lo sguardo stupito e disgustato del proprietario.
Una volta soddisfatto il suo stomaco, venne di nuovo inghiottito dall’ansia e dalla paura. Si sentiva diverso, ma soprattutto estraneo alla maggior parte della gente. Passando accanto a individui chiaramente italiani ne avvertiva l’ostilità malcelata, ma anche la glaciale indifferenza.
Ma io non sono un pakistano! Io sono Gregorio Smicca, e questo scherzo prima o poi finirà! si disse tra sé. Ma in cuor suo, non ne era affatto convinto.
D’un tratto si ricordò dei suoi genitori. Di certo loro lo avrebbero riconosciuto! Come potevano un padre e una madre permettere che un simile beffardo sortilegio confondesse le loro menti?
Gregorio s’incamminò verso la loro casa. Dentro di sé iniziava a sentirsi meglio. La speranza faceva capolino nella sua mente, squarciando quella nube opprimente che lo stava soffocando.
Appena varcata la soglia del condominio dove abitavano i suoi genitori, respirò con più regolarità: il caldo tepore familiare lo cinse in un abbraccio rassicurante. Salì le scale in un battibaleno, e una volta giunto di fronte alla porta di casa scampanellò allegramente, come era sua abitudine fare fin dall’infanzia.
Prima ancora che qualcuno venisse ad aprirgli, non poté fare a meno di notare la sua immagine riflessa nella targa di ottone affissa alla porta: dietro i caratteri del cognome “SMICCA”, faceva capolino uno strano essere dal volto scuro e la folta peluria, come un grosso coleottero che si fosse appisolato sulla placca di ottone. Un senso di ribrezzo attraversò la sua mente. Come avrebbero reagito i suoi genitori alla sua apparizione? Ma ormai era troppo tardi.
La porta si aprì, e apparve la figura minuta di sua madre, una donna dalla spiccata sensibilità, estremamente legata a Gregorio.
«Mamma, come stai?», esordì lui, cercando a fatica di esibire il migliore dei suoi sorrisi.
L’anziana donna lo scrutò dall’alto in basso, poi emise un sospiro:
«Ciao, Gregorio», disse.
Non era certo quella l’accoglienza che si era aspettato. La cosa che in particolar modo lo colpì fu l’assoluta indifferenza della madre: nessun segno di stupore di fronte alla sua assurda metamorfosi.
Subito dopo entrò nell’appartamento, e percorse il lungo e stretto corridoio dove tante volte da bambino aveva giocato a pallone scatenando le ire di sua padre.
Già, suo padre! Lo trovò sprofondato a leggere il giornale nella poltrona dello studio, un luogo al quale Gregorio non si era mai affezionato, come se avesse sempre rappresentato il limite invalicabile tra lui e il genitore, un uomo parco e taciturno.
Gregorio gli si avvicinò quasi con riverenza.
Il giornale che celava il volto dell’uomo si aprì all’improvviso, come un sipario strappato. Due occhi chiari, diffidenti e ammonitori si puntarono sul suo viso come i fari aggressivi di una macchina in una notte piena di pioggia.
«Hai bisogno di qualcosa?», esordì l’uomo.
Gregorio rimase esterrefatto. La reazione del padre significava una cosa soltanto: tutto procedeva nella più assoluta normalità! I suoi genitori non avevano manifestato alcuna sorpresa di fronte alla sua trasformazione, ma solo astio e insofferenza diffusi nei confronti della sua condizione, come se il suo strano, assurdo cambiamento fosse un fenomeno ormai acclarato da chissà quanto tempo. Ne ebbe la piena conferma pochi istanti dopo.
«Da quando ti sei messo in testa di voler abbracciare la cultura pakistana, non ti riconosciamo più!», gli disse la madre con tono rassegnato.
Gregorio, ancora più confuso, guardò i suoi genitori con aria smarrita. Se nemmeno loro riuscivano a spezzare quel terribile incantesimo in cui era intrappolato, come ne sarebbe venuto fuori?
«Ma io non ho abbracciato la cultura pakistana! Io sono sempre lo stesso Gregorio che conoscete!», protestò timidamente.
«Be’, questa poi! Ti sei visto? Hai cambiato addirittura carnagione!», lo attaccò il padre.
«Pensi che ti facciano bene tutte quelle lampade che ti fai? Lo sai che rovinano la pelle?», lo rimbrottò la madre.
Come avrebbe potuto persuadere i suoi genitori che si sbagliavano? Di certo non poteva strapparsi dal viso una maschera. Rassegnato, se ne andò via.
Mentre passeggiava lungo la strada, iniziò a piovere. Desiderò che la pioggia cancellasse il suo viso e gli restituisse finalmente la sua vera immagine.
Decise di fare un ultimo tentativo. Appena giunse la notte si diresse come al solito sul posto di lavoro. Là trovò Onofrio già mezzo addormentato.
«Buonasera. Desidera?», gli chiese il collega in modo molto formale.
«Buonanotte, Onofrio! L’hai preparato il cuscino?», lo canzonò Gregorio. Onofrio, tuttavia, lo guardò interdetto, e restò impassibile.
«Le occorre una camera, signore?»
La risposta dell’uomo gli fece intuire che non era il caso di insistere: il suo vecchio collega non lo riconosceva! Ciò significava due cose: che il sortilegio era ancora vivo, e che, da quel momento, lui era ufficialmente disoccupato.
Uscito dall’albergo, anziché salire sull’autobus notturno e fare ritorno a casa, Gregorio scelse di passeggiare lungo le vie del centro della città insonnolita. Si fermò di fronte alle vetrine dei pub, a quell’ora affollati per lo più da comitive di giovani; poi si mise a osservare i gruppi di turisti che transitavano chiassosi nei pressi di Piazza di Spagna: un’umanità variegata sembrava accoglierlo nel suo caloroso abbraccio.
All’improvviso, lo sentì arrivare: la mano lesta del pakistano lo prese per un braccio. Gregorio si voltò: un volto simile al suo gli sorrideva in modo amichevole.
«Tutto bene? Hai fatto serata?», gli chiese.
Gregorio intuì che il venditore di rose appassite che aveva di fronte alludesse al guadagno giornaliero, e decise di assecondarlo.
«Sì, ma poteva andare meglio», rispose.
«Allora, dai, dammi una mano! Prendi un mazzo anche tu», gli propose il venditore.
Gregorio per un istante esitò; poi si arrese, e si lanciò in quella nuova avventura.
Si avvicinò timidamente a una coppia di stranieri che stava amoreggiando, e porse loro il mazzo di fiori. I due giovani nemmeno lo presero in considerazione, talmente erano impegnati a scambiarsi effusioni.
Gregorio osservò le sue rose: erano così appassite e modeste che avrebbero fatto ribrezzo anche al più inguaribile dei romantici. L’amico venditore con un cenno lo invitò a non demordere. Gregorio tuttavia lasciò cadere il mazzo di fiori su un gradino della scalinata di Trinità dei Monti, e mestamente si allontanò.
In un vicolo immerso nella semioscurità fu colpito dall’insegna luminosa di un piccolo locale. Ne sbirciò la vetrina: si trattava di un caffè gestito da un gruppo di bengalesi. Sembravano divertirsi, e l’ambiente appariva allegro e tranquillo. Gregorio si accorse da un cartello affisso all’esterno che cercavano un cameriere. Forse valeva la pena tentare. In fondo, si disse, cosa aveva da perdere?
Entrò nel locale e si avvicinò al bancone. Il proprietario, grassoccio e con una montagna di capelli, gli andò incontro. Gregorio, un po’ intimidito, gli chiese se l’offerta di lavoro fosse ancora valida, e l’uomo rispose di sì, ma che ci voleva qualcuno bravo, sveglio e disponibile a lavorare tutta la notte. Gregorio si sentì rinfrancato: lavorare di notte per lui non era certo un problema e la cosa lo avrebbe aiutato a nascondersi meglio agli sguardi altrui.
Più tardi, salì sul notturno N1 per fare ritorno a casa. Sull’autobus trovò tanti come lui: lavapiatti, camerieri, venditori di rose, che a quell’ora avevano finito il proprio turno di lavoro, e stanchi se ne ritornavano alle proprie case. Si sedette accanto a un tizio che si era addormentato su uno dei sedili posteriori. Dal fondo dell’autobus s’avvide di un gruppo di italiani che guardavano nella sua direzione e si lanciavano sguardi d’intesa e risatine; forse lo stavano deridendo. Si strinse nelle spalle, e volse lo sguardo oltre il finestrino, nell’oscurità rischiarata solo da fugaci bagliori.
Prima o poi quella notte sarebbe finita, o magari ce ne sarebbero state ancora molte altre.
Da quel momento in poi, Gregorio, o chi diavolo era diventato, ritrovò una piccola scheggia di fiducia e decise di aspettare: in fondo sopravvivere era solo un modo diverso di esistere.
Forse un giorno, al suo risveglio, avrebbe trovato di nuovo il suo vecchio corpo ad accoglierlo.

© Alessio Degli Incerti

 

Alessio Degli Incerti nasce a Roma nel 1974. Si laurea in Lettere Moderne all’università La Sapienza discutendo una tesi sul Metello di Vasco Pratolini. Oltre ad aver insegnato Lingua e Letteratura Italiana, matura concrete esperienze in ambito redazionale, lavorando come correttore di bozze per alcune case editrici. Da dieci anni lavora in qualità di Lettore nell’ambito delle Rassegne Stampa. La scrittura è da sempre la sua seconda vita.
  1. ANNALEO

    Racconto molto bello da leggere, leggero e intrigante e per me che sono una mamma leggere è diventato un impresa, questo racconto breve ma conciso mi riporta molto volentieri alla lettura, aspetto il prossimo racconto…..grazie

  2. Alessio Degli Incerti

    Grazie infinite. Riuscire a raggiungere la leggerezza attraverso il racconto credo sia, come insegna Calvino, uno degli scopi di chi scrive.
    Grazie.

  3. Stellina

    Complimenti Alessio. Un bel racconto che con estrema semplicità narra e riesce a trasmettere una situazione di particolare angoscia. Continua…

  4. Alessio Degli Incerti

    Grazie Stellina. Mi fa molto piacere che il racconto ti sia piaciuto.
    In effetti il mio obiettivo era proprio quello di riuscire a comunicare un senso di angoscia, anche se filtrato da una situazione surreale e tragicomica.
    Grazie ancora e… spero di rileggerti presto…

  5. EleC

    Un esempio di racconto intessuto di vita vissuta. I temi della diversità e della paura del diverso, sotto ogni punto di vista, più che mai attuali. Bravo! :)

  6. maximoruv

    Piacevole e divertente, accompagna il lettore fino alla fine, destando curiosità e stupore per la metamorfosi del protagonista, trovatosi all’improvviso a gestire con coraggio, l’imprevisto che la vita spesso pone sul nostro cammino.
    Massimo Ruvolo

  7. inbottiglia

    Kafkiano, ti faccio anche io i miei complimenti, poteva essere un racconto troppo serio noioso e scontato invece tu l’hai reso più leggero riuscendo a trasmettermi lo stesso quelle sensazioni di angoscia.

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